L'angolo di Freddie

L'AFRICA NON ESISTE

Chi era Fela Kuti, il padre dell'afrobeat

La storia del protagonista, con i nostri ospiti, del 'rotopodcast' di oggi

23-10-2025 di Freddie del Curatolo

C’era una volta, ad Abeokuta, Nigeria, un bambino con un nome troppo lungo per entrare nei registri del paradiso: Olufela Olusegun Oludotun Ransome-Kuti. Figlio di un pastore protestante e di una madre che protestava più di tutti i pastori messi insieme.
Un leone non genera una capra, dice un proverbio yoruba. E Fela nacque proprio in una famiglia di leoni: i Ransome-Kuti, “i Kennedy della Nigeria”.
Suo nonno predicava, suo padre insegnava.
La madre, Funmilayo, era una di quelle donne che non aspettano che la storia le venga a bussare alla porta: gliela sfondano. Funmilayo, la matriarca, fu una femminista ante litteram, una spina nel fianco dei colonialisti britannici. Fela ereditò da lei il fuoco, lo trasformò in suono e imparò presto che la musica e la rivolta nascono dallo stesso battito.

Da piccolo dirigeva cori, accarezzava pianoforti e picchiava tamburi. Poi un giorno annunciò, con la convinzione di un santo in partenza, che sarebbe andato a Londra a studiare medicina. Ma il suo corpo sapeva già la verità: il suo cuore non voleva guarire gli uomini, voleva farli ballare — e magari svegliarli. Così entrò al Trinity College of Music, dove imparò il linguaggio classico dei bianchi e lo tradusse nel jazz dei poveri.

Negli anni Sessanta, Fela creò una band con un nome che sembrava uno scherzo tropicale: Koola Lobitos. Poi arrivarono Afrika 70 e Egypt 80, e arrivò anche l’Afrobeat, una parola che da sola bastava per far sudare l’imperialismo. Aveva deciso che nessun bianco gli avrebbe scritto la storia, e infatti se la scrisse da solo, a colpi di sax e di verità.
L’Afrobeat era il rumore del continente che cercava voce: un miscuglio di funk, jazz, yoruba, calypso e sfrontatezza, un urlo ritmico che durava quindici minuti, o un’ora, o quanto bastava per far capire che l’Africa non stava più zitta. Il suo Afrobeat del ’69 — The ’69 Los Angeles Sessions — è stato il tuono che ha svegliato l’Africa addormentata nel colonialismo. Da allora, il suo ritmo ha preso mille passaporti: dal Brasile al Giappone, ogni volta che una band Afrobeat attacca la prima nota, da qualche parte una divinità Yoruba si mette a ballare. Persino gli Afrobeats moderni, quelli con la “s” finale e la produzione patinata, devono pagargli pegno: ogni beat dorato nasce da un suo graffio.

Fela cantava in inglese pidgin e yoruba, cioè in lingue che odoravano di strada e di verità. Nei suoi testi prendeva a schiaffi la corruzione, l’avidità, l’obbedienza cieca. Con “Zombie” ridicolizzò i soldati che eseguivano ordini senza cervello, con “V.I.P. (Vagabonds in Power)” invitò la gente a ribellarsi ai vampiri in giacca e cravatta. Quando nel 1989 pubblicò “Beasts of No Nation”, sulla copertina c’erano Thatcher e Reagan disegnati come vampiri con le zanne insanguinate: Fela non aveva paura dei mostri, perché i mostri avevano paura della musica.

Ma il prezzo della libertà, in Nigeria, si paga a rate di manganellate.
Fela fu arrestato duecento volte, picchiato, torturato, umiliato. Prima che i militari uccidessero la sua amatissima madre e gli distruggessero la vita, stava girando un film autobiografico, The Black President.
Fela scriveva, recitava, dirigeva: voleva raccontarsi, ma in realtà stava costruendo un monumento a tutti gli africani che non avevano voce.
Portava sul corpo la mappa del dolore, ma anche quella della resistenza. Ogni cicatrice era una nota, ogni prigione un nuovo verso. Scriveva, suonava, urlava, e l’Africa lo ascoltava ballando, perché ballare è il modo più serio di sopravvivere. Perchè non c'è solo il Fela artista, c'è anche e soprattutto l’uomo, teatrale, contraddittorio, geniale. Quello che sposò 27 donne in una sola cerimonia, e poi divorziò da tutte, come se anche il matrimonio, per lui, fosse solo un’altra forma di prigionia, quello che rilasciava interviste in mutande fumando erba, che rideva di sé stesso e del mondo.
Expensive Shit”, una delle sue canzoni più famose, nacque da quando la polizia cercò di arrestarlo per possesso di marijuana e lui, per nascondere la prova, la ingoiò. Loro aspettarono ore che la sua prova uscisse dal corpo; lui scrisse una canzone.

Produsse più di settanta album, alcuni firmati Sodi, altri figli di notti africane dove l’elettricità mancava ma l’anima no.

Dalla prima moglie, Remi, ebbe tre figli: Femi, Yeni e Sola. Tutti musicisti, tutti condannati alla stessa eredità: suonare come si respira. Sola morì poco dopo di lui, di cancro, quasi a seguirlo nella jam session eterna che Fela aveva già iniziato il 2 agosto 1997, a Lagos, quando l’AIDS lo portò via.

Quel giorno, un milione di persone scese in strada. Il suo funerale fu un concerto senza fine: tamburi, lacrime, danze e il silenzio di chi capiva che se n’era andato non solo un uomo, ma una rivoluzione in quattro quarti.

Oggi, a Ikeja, nella sua casa di Kalakuta, c’è la sua tomba. Ma chi ascolta l’Africa di notte sa che, da qualche parte tra i generatori e il cielo umido, si sente ancora una voce che dice, ridendo:
“La musica non cambia il mondo. Ma gli fa sapere che il mondo sta sbagliando ritmo.”
Ecco perché Fela è chiamato profeta: perché aveva già suonato il futuro, e il futuro non lo ha ancora raggiunto.

Sì, perchè a quasi trent’anni dalla sua morte, Fela Anikulapo-Kuti è più vivo che mai.
Il “Presidente Nero”, come amava chiamarsi, non ha mai smesso di occupare spazio, e molto più in Europa e Stati Uniti che nella sua Nigeria. Lo si incontra nei musei di Londra più che nelle strade di Lagos, tra le banlieue di Parigi e le favelas del Brasile, come una divinità africana che ha trovato casa nei giradischi del mondo. Ovunque si parli di libertà, di ritmo, di resistenza, il suo spirito è lì, con una sigaretta accesa e un sorriso di sfida.

Hanno ristampato i suoi vinili in più colori di quanti lui se ne metteva in faccia, hanno prodotto documentari, addirittura allestito un musical.Tutti, in modi diversi, tentano di afferrarlo. Nessuno ci riesce: Fela non si afferra, si ascolta e al limite si balla.
Oggi in Nigeria lo si celebra nei festival Felabration. Ogni generazione lo riscopre, e ogni volta sembra di ascoltare per la prima volta la stessa verità: la libertà non è una parola, è un ritmo.
Fela ha creato il proprio mito, e poi è morto lasciandoci la partitura per continuarlo.
E noi, da buoni africanisti o semplicemente da esseri umani, non smettiamo di suonarla — con malinconia, con rabbia, con amore — perché, come sapeva lui, l’Africa non muore: cambia tonalità.

TAGS: Felaafrobeatmusicapodcast

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