Racconti

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Il Sappe e il matrimonio giriama (ultima puntata)

Le avventure di Ric Giambo in terra keniana

25-05-2021 di Marco Sbringo Bigi

QUI LA PUNTATA PRECEDENTE https://malindikenya.net/it/articoli/parole/racconti/il-sappe-e-il-matrimonio-giriama-3-parte.html

«Passo io a prendervi domattina alle otto» aveva detto Ivo e così fu.
Un colpo di clacson mi avvertì che era arrivato.
Uscii da casa con la mia sacca e mi accomodai di fianco al Sappe sul sedile posteriore.
Il primo tratto verso Mambrui lo conoscevo bene: dal ponte sul fiume Sabaki alle colline che ricordano vagamente la Maremma ma, improvvisamente, girammo a sinistra e prendemmo una strada sterrata, poco trafficata, che s’inoltrava verso nord.
Ivo aveva una guida morbida e sicura e, da come affrontava buche dossi, si capiva che non era la prima volta che guidava un fuoristrada.
Dai finestrini si vedevano passare alberi secolari, spiazzi di verde, terra secca, a volte grigia, spesso rossa e qualche villaggio con bancarelle di frutta e verdura.
Chiacchierando del più e del meno, dopo più di due ore di viaggio accostammo vicino a una costruzione col tetto in lamiera e i muri tinti di giallo.
Su uno di essi c'era una scritta che recitava "Welcome to Alice's Cafe".
Il Sappe disse: «Facciamo una sosta di ristoro, questo è l'ultimo autogrill nonché l'ultimo avamposto di civiltà prima di inoltrarci nel nulla». Occupammo un tavolino all'aperto e ci sedemmo su  delle panche di legno mentre, dalla porta, spuntò fuori quella che probabilmente era Mama Alice, una donna senza età dallo sguardo languido e il sorriso triste. Ordinammo delle bibite e dell'acqua e io tentai la fortuna con un Kenya Coffee. Mi andò male perché si trattava di caffè solubile sciolto in acqua calda, ma mi accontentai.
Il Sappe ci spiegò che da lì avremmo abbandonato la "strada principale" e ci saremmo inoltrati nel bush per circa venticinque chilometri.
«Un fuoristrada corre veloce, ma da bravi giriama quali siete, dovreste sapere che la vostra tribù si sposta prevalentemente a piedi, e che per coprire quella distanza ci vorrebbero più di quattro ore, di buon passo. Col Pajero di Ric, poi, ci avremmo messo una settimana...».
Accusai il colpo perché, in effetti, il mio mezzo aveva bisogno di un super tagliando, per non parlare degli pneumatici da sostituire.
Due solchi in mezzo all'erba - mi ricordavano quelli lasciati dal trattore di mio zio nella campagna reggiana - che s’infilavano in mezzo a una fitta vegetazione, erano l'unico riferimento per il percorso. Restammo tutti affascinati dalle meraviglie della natura finché arrivammo a un grande spiazzo, ove Ivo spense il motore.
Era come Sappe ci aveva raccontato: un grande villaggio di capanne in mezzo al nulla, con un guardiano che ci accolse sorridendo e nessun altro.
Sconosciuti uccelli cinguettavano e svolazzavano tra le fronde degli alberi e il sole si avvicinava allo zenit. Facemmo una passeggiata visitando le capanne e poi ci sedemmo ad attendere l'arrivo dei giriama.
Mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo.
Una.
Una e mezza.
«Va bene il pole pole africano ma io comincio ad aver fame - disse a un certo punto il Sappe - quelli sono in ritardo, come al solito. Via! Si va a pranzare da Alice»
Ripercorremmo la strada nel bosco, arrivammo da Alice ormai affamati, e ordinammo tutto quello che prevedeva il suo menù: dai fagioli al pollo, dalle samosa al riso, dalla mchicha all'immancabile sima.
Mangiammo consapevoli che non c'era bisogno di nessun marchio di certificazione per prodotti biologici: da quelle parti, i soldi per comprare diserbanti, insetticidi e concimi chimici non ci sono, si utilizza soltanto l'antico e sano letame di vacca.
Dopo pranzo, per l'occasione, tirai fuori la chitarra e cantai un pezzettino di "Alice's Restaurant" (la famosa canzone country di Arlo Guthrie): "You can get anything you want at Alice's Restaurant...". Il Sappe si unì a me facendo i cori e quando la memoria smise di aiutarci, iniziammo a inventare le parole, improvvisando e adattando il testo a quella situazione. Dal nulla spuntarono facce incuriosite di giovani e tantissimi bambini che rimasero impietriti a guardarci con gli occhi spalancati e la bocca aperta come se fossimo due marziani atterrati con un'astronave. Per loro si trattava uno spettacolo mai visto prima!
A pancia piena risalimmo in auto e tornammo a Bungale, dove l'attesa si protrasse.
Tre e mezza.
Quattro.
Rossella, che voleva trascorrere la prima notte di nozze a casa, mostrava una leggera apprensione perché, giustamente, non amava girare di notte per lande africane sconosciute.
Il Sappe scuoteva la testa bofonchiando «Non cambieranno mai!»
Alle quattro e dieci arrivarono finalmente due pullman scassatissimi e pieni zeppi di persone, pentoloni, materassi, sedie, polli vivi tenuti per il collo e pacchi legati con lo spago.
In men che non si dica corsero tutti alle loro postazioni, mentre Munyaya diceva a Rossella e Ivo «Ma come? Non siete ancora pronti? Sù, sù, andate in quella capanna a cambiarvi. La cerimonia inizia fra dieci minuti»
Non c'è bisogno di ripetere la sequenza del rituale, che avvenne esattamente come aveva raccontato il Sappe la sera precedente, anche se una cosa è sapere quali siano gli ingredienti di un piatto elaborato e un'altra cosa è degustarlo.
Altre sensazioni ci pervasero, prima fra tutte - per quattro italiani nel mezzo di un'Africa Nera, al di là del campo di copertura dell'ultima antenna per cellulari - quella di sentirci considerati loro pari. Non avvertivamo per nulla sospetto, timidezza, vergogna, remore. Ci sentivamo accettati nonostante facessimo parte di una razza che, in ere passate, li aveva vessati, frustati, schiavizzati, trattati peggio degli animali. Noi, che pretendiamo di insegnare al terzo mondo i frutti del nostro progresso, avremmo molto da imparare da loro: vivere nel presente, essere parte di un gruppo, vivere in sintonia con la Natura, accontentarsi delle cose semplici.
Con i nostri cellulari, con le nostre fruscianti e stabili banconote, col nostro non vivere nel presente - sempre proiettati nel futuro da giovani e nel passato da vecchi - abbiamo già combinato molti danni in questi luoghi, creando nuove generazioni di ragazzi avidi, che aspirano a "possedere" lo smartphone, il televisore gigante e soprattutto la "maledetta motocicletta".
Pare che sia indispensabile per svolgere il lavoro più ambito da queste parti: passare tutti il tempo all'ombra di un albero ad attendere passeggeri da trasportare pericolosamente, due, tre, quattro alla volta, al prezzo di pochi scellini a tratta, che a malapena sono sufficienti per acquistare la benzina. E li vedi, tutti questi giovani muscolosi, tronfi sul loro potente mezzo, che sembra abbiano raggiunto l'obbiettivo finale della vita.
Nel frattempo le povere donne, escluse da questo gioco, continuano a spezzarsi la schiena, non solo nei campi, ma anche nei cantieri per sbarcare il lunario.
I nuovi valori sono purtroppo questi, mentre gli anziani vengono ricattati dai nipoti, che li costringono a vendere terreni e bestiame in cambio di quel vil denaro che permetterà loro di soddisfare effimere voglie. Ecco perché iniziative come il MADCA sono davvero importanti: le tradizioni e la storia di un popolo che qualcuno ancora si ostina a considerare selvaggi di scarsa rilevanza, vanno assolutamente ricordate, conservate e tramandate.
Mentre scattavo le foto, osservavo attentamente la serietà con cui tutti si lasciavano rapire dal rituale della cerimonia.
Era la stessa serietà del bambino impegnato a giocare, quel coinvolgimento che difficilmente si riesce a conservare da grandi nella ruota per criceti nella quale siamo costretti a correre finché abbiamo fiato per farlo.
E dopo che Rossella e Ivo furono dichiarati marito e moglie, ecco l'inaspettato: vere lacrime di vera gioia da parte di tutti.
Entusiasmo, grida, ritmi, danze e il "lasciarsi andare" totale.
Mentre il sole iniziava a calare, i due sposi stavano stringendo la mano a tutti.
Si avvicinarono al Sappe e a me evidentemente commossi, nonostante dovessero essere avvezzi, ormai, a questo genere di emozioni.
«Noi partiamo, siete sicuri di non volere tornare con noi?»
«Andate, andate tranquilli e godetevi la vostra "prima" notte di nozze» rispose il Sappe facendo l'occhiolino, «abbiamo il nostro bel daffare qui, e torneremo allegramente con il pullman dei Madca, un’altra avventura. Tu come la vedi, mister Yongo Ric Bembere?».
«Vedo un tramonto all’altezza delle aspettative... buon viaggio ragazzi ci vediamo presto!»
Scaricammo dal Land Cruiser le nostre borse, la chitarra e la tenda del Sappe e salutammo i nostri amici mentre se ne andavano.
Decidemmo di montarla subito per sfruttare l'ultima luce del crepuscolo.
«Una canadese!» esclamai scoppiando a ridere, «questa roba pesante e difficile da montare non si usa più da almeno trent'anni».
«Anche la musica che preferisci non si usa più da almeno trent'anni. Con questa tenda sono stato in posti che tu non riusciresti mai immaginare. Stai zitto e reggi questo paletto mentre pianto i picchetti».
Alla luce dei fuochi e delle torce l'atmosfera di Bungale era ancora più magica.
Si mangiava, si ballava, si sorrideva ai più anziani che non sapevano nemmeno una parola d’inglese.
Con la chitarra, stavolta molto più rilassato rispetto alla mia prima esibizione al MADCA, cantammo in coro canzoni swahili come "Malaika" (resa famosa da Miriam Makeba e Harry Belafonte) e "Lala Salama". Per fortuna nessuno mi chiese di cantare "Jambo Bwana", l'ossessiva e paracula canzone onnipresente in Kenya. Poi passammo a "O sole mio" e a "Nel blu dipinto di blu".
Quando i fuochi si spensero e tutti si erano sistemati per la notte, restammo a contemplare le stelle che brillavano come accade solo nei luoghi lontani dai centri abitati.
«È un vero peccato che al tuo posto non ci sia una bella ragazza!» dissi a un certo punto.
«Stavo pensando la stessa cosa, dai andiamo a dormire».
Ci infilammo nella tenda e la stanchezza ebbe il sopravvento su di noi. Riuscii solo ad accorgermi che il Sappe stava iniziando a russare che già ero piombato nel sonno pure io».
Un potente starnazzare rauco mi svegliò, mi sollevai sulle braccia riuscendo a malapena ad aprire gli occhi e feci scorrere la cerniera della tenda, che lasciò entrare un abbagliante raggio di sole.
Uscii e anche il Sappe fece lo stesso dicendo: «Ibis».
«Pardon?»
«Quel suono gracchiante, era un Ibis».
«Ah».
La conversazione non era ancora a livelli ottimali perché eravamo entrambi rimbambiti dal sonno, infatti, restammo in silenzio e andammo a fare pipì dietro una pianta.
«Tu come la vedi?» mi chiese il Sappe dopo qualche minuto.
«Vedo un bellissimo frangipani con i fiori bianchi e gialli, un maestoso baobab, delle alte acacie con degli uccellini che volano intorno, il cielo azzurro, la natura incontaminata... e tu, come la vedi?»
«Come la vedo? Vedo che siamo rimasti soli!”
“Soli?”
“Già. Se ne sono andati tutti via mentre dormivamo e adesso ci toccano quattro ore abbondanti di cammino solo per arrivare al Ristorante di Alice. Da lì un passaggio lo troveremo. Se tutto va bene arriviamo per il caffè alle dieci al bar».
«Alle dieci?»
«Sì, di domattina».

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