DENTRO IL KENYA
06-01-2026 di Freddie del Curatolo
Ci sono palazzi che crollano come se fossero stanchi.
Stanchi di reggere bugie, firme messe in fretta, sacchi di cemento allungati come la verità quando non conviene dirla tutta.
Stanchi di far finta di essere solidi, mentre dentro sono già macerie.
Alcuni, come succede tra gli umani, stanchi ci sono addirittura nati.
A Nairobi, nel quartiere di South C, un palazzo di sedici piani è venuto giù all’alba del 2 gennaio scorso.
Non ha fatto in tempo nemmeno a diventare vecchio. È crollato giovane, come certi destini africani che non arrivano mai alla maturità perché qualcuno ha deciso che il tempo costa troppo.
E allora la domanda non è “perché è crollato?”, ma “perché stava ancora in piedi”.
Perché in Kenya, come nel Sud Italia di qualche decennio fa – quello dei palazzi cresciuti più in fretta delle coscienze – l’edilizia è spesso l’arte di trasformare il denaro nero in finestre, balconi e scale antincendio che portano solo al piano della coscienza, che però è sempre chiuso.
Costruire in fretta. Costruire tanto. Costruire male.
Prima che qualcuno controlli davvero.
Il copione è noto: autorizzazioni concesse a metà, controlli annunciati e mai completati, violazioni segnalate tre volte – tre – e poi archiviate come se fossero fastidi burocratici, non avvisi di morte.
La National Construction Authority oggi dice che l’edificio non era conforme. Il governo di Contea di Nairobi ammette che era stato segnalato più volte.
E allora viene da chiedersi: se lo sapevano tutti, chi doveva fermarlo?
Nel frattempo, sotto le macerie, c’è chi aspettava solo di vivere in una casa normale. Non in un simbolo di corruzione armata di tondini arrugginiti.
Le squadre di soccorso scavano piano, come si fa con la vergogna quando è troppo grande per essere rimossa tutta insieme. Lo Stato promette indagini rapide. Il Procuratore Generale ha chiesto un rapporto in sette giorni. Le parole sono sempre puntuali, le responsabilità molto meno
Il governatore Johnson Sakaja chiede più poteri alle contee per fermare i costruttori disonesti. Forse ha ragione. Forse no.
Ma il problema, prima ancora dei poteri, è l’uso che se ne fa quando nessuno guarda.
Perché i palazzi non crollano mai da soli.
Crollano insieme a chi ha firmato senza leggere, a chi ha incassato senza controllare, a chi ha pensato “tanto regge”, come se la vita degli altri fosse una variabile secondaria di bilancio.
Eppure, nonostante tutto, questo Kenya resta un Paese giovane.
Un Paese che ha ancora il diritto – e forse il dovere – di indignarsi, di pretendere che il cemento torni a essere cemento e non un compromesso.
Parlarne serve. Scriverne serve. Anche con amarezza, anche con rabbia stanca.
Perché ogni palazzo che crolla è una sconfitta collettiva.
Ma ogni volta che lo chiamiamo per nome – corruzione, malgestione, avidità – è già un primo piano ricostruito.
Più solido.
Almeno sulla carta.
E mentre noi discutiamo di sistemi, poteri, competenze e rimpalli istituzionali, la cronaca fa quello che sa fare meglio: conta.
Conta i giorni, conta le ore, conta i corpi.
Sotto quel palazzo sbriciolato “a pancake”, come lo chiamano i tecnici con un termine quasi gentile, si cercano ancora persone. Un corpo è stato recuperato, un altro – forse due – è rimasto intrappolato sotto strati di cemento che non avrebbero mai dovuto essere così fragili. Le operazioni di soccorso vanno avanti da giorni, lente e pericolose, con le squadre che scavano come si fa quando si ha paura di trovare davvero quello che si sta cercando.
La National Disaster Management Unit parla di progressi, di professionalità, di dedizione. Ed è vero: i soccorritori fanno il possibile, spesso l’impossibile. Ma nessuna efficienza può restituire il tempo a chi è rimasto sotto, né cancellare il sospetto – ormai quasi una certezza – che questa morte fosse evitabile.
Le indagini sono state ordinate con urgenza. Il Procuratore Generale ha chiesto un rapporto completo in sette giorni, includendo costruttore, appaltatore, tecnici, funzionari pubblici. Tutti. Nessuno escluso.
Sulla carta, la responsabilità “si estenderà a tutte le persone che hanno consentito la costruzione non sicura”. È una frase importante, quasi solenne. Ora bisognerà vedere se resterà una frase o diventerà un precedente.
Perché nel frattempo è emerso ciò che molti sospettavano già: l’edificio non era conforme.
Non lo era al momento del crollo, non lo era prima.
Autorizzato per 14 piani, ne aveva 16. Segnalato più volte per violazioni, era stato oggetto di azioni coercitive a maggio, luglio e dicembre. Tre occasioni per fermarlo. Tre occasioni perse.
Tre silenzi istituzionali che oggi pesano come macigni.
Il costruttore è noto. I consulenti sono noti. Le date sono note.
Quello che manca, come spesso accade, è il passaggio tra il sapere e l’agire. Tra il “lo sappiamo” e il “lo fermiamo”.
E così il palazzo è rimasto lì, a crescere come crescono certe storture: un piano alla volta, un compromesso alla volta, un occhio chiuso alla volta. Fino a quando la fisica, che non accetta bustarelle, ha presentato il conto.
Questo è il punto che fa più male, per chi ama davvero il Kenya: non siamo davanti a una fatalità.
Siamo davanti a una somma di scelte sbagliate, di omissioni, di leggerezze colpevoli.
Ed è per questo che parlarne serve ancora di più.
Perché il rischio, adesso, è il solito: che tutto venga assorbito dal rumore di fondo. Un altro crollo, un’altra inchiesta, un altro rapporto che finirà in un cassetto.
E invece no. Questo Paese non può permetterselo. Non ora. Non con città che crescono così in fretta da dimenticarsi di essere fragili.
Se il Kenya vuole davvero continuare a costruire – e deve farlo – allora deve scegliere come.
Non più palazzi stanchi prima ancora di essere abitati.
Non più vite trattate come variabili di progetto.
Perché il cemento può crollare.
La fiducia, una volta persa, molto più difficilmente.
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