Editoriali

RICORDO

Petrini, che in Kenya era semplicemente 'Carlo'

Il legame del fondatore di Slow Food con l'Africa

23-05-2026 di Freddie del Curatolo

In Kenya lo chiamavano semplicemente “Carlo”. Non “il fondatore di Slow Food”, non il teorico dell’alimentazione sostenibile, non il conferenziere applaudito nelle università europee. Carlo era quel signore piemontese dalla voce roca e dalla risata contadina che si fermava ad ascoltare una donna kikuyu parlare di semi di zucca come se stesse raccontando una Divina Commedia agreste. E forse è proprio per questo che oggi, dalla foresta di Mau ai campi di Kandara, la sua morte viene vissuta quasi come un lutto di famiglia.

La dipartita del fondatore di Slow Food e di Terra Madre ha colpito il Kenya come si piange uno zio lontano che, pur non vivendo accanto a te, aveva cambiato il modo in cui guardavi il tuo campo, il tuo piatto, perfino il tuo villaggio. Perché Petrini, in Kenya, non era il classico guru occidentale venuto a spiegare agli africani come si coltiva la terra. Aveva fatto qualcosa di molto più raro: aveva convinto i keniani che ciò che possedevano già valeva più di quello che importavano. E in un Paese che per decenni aveva inseguito la modernità agricola fatta di pesticidi, fertilizzanti, monocolture e sementi industriali, non era poco. Certo, mezza utopia come è stata la vita di "Carlin", ma così come ha saputo creare un movimento internazionale, un modo di pensare, una rete di produttori, ristoratori, insegnanti, contadini consapevoli, così qualcuno anche qui, dove coltivare significa sopravvivere, ha impiantato un modello, e due dei suoi studenti sono diventati veri esperti internazionali di biodiversità: John Kariuki, coordinatore di Terra Madre per l'Africa e Samson Kiiru, presidente di Slow Food Kenya.

Quando Carlo Petrini iniziò a guardare verso l’Africa orientale, il Kenya stava vivendo la schizofrenia tipica dei Paesi in crescita: da una parte i mega supermercati di Nairobi pieni di mele sudafricane e biscotti europei, dall’altra gli anziani che continuavano a custodire semi di sorgo, erbe medicinali e varietà locali considerate “cibo da poveri”. Slow Food intuì prima di molti altri che proprio lì, in quelle coltivazioni dimenticate, si nascondeva un patrimonio culturale e alimentare enorme.

E' anche grazie a loro che il Kenya è diventato una delle esperienze africane più importanti della rete internazionale di Slow Food. Non un progetto assistenziale, ma una collaborazione vera, costruita sulle comunità. Petrini visitò più volte il Paese, partecipò agli incontri con agricoltori, studenti e attivisti, sostenne la nascita di orti comunitari, dei Presìdi Slow Food e della rete keniano di Terra Madre. Soprattutto appoggiò la formazione di giovani kenyoti all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, l’università fondata da lui stesso nelle Langhe piemontesi, dove il cibo non viene studiato solo come nutrizione o business, ma come identità, ambiente e politica.

Molti di quei ragazzi, come Kariuki e Kiiru, che oggi lo ricordano sui social, tornarono poi in Kenya trasformandosi in divulgatori, agronomi, cuochi, custodi di semi e difensori della biodiversità. Una specie di rivoluzione silenziosa, fatta non di slogan ma di orti.

Nel 2024 Nairobi ospitò persino il consiglio internazionale di Slow Food. Sessanta rappresentanti provenienti da quaranta Paesi si ritrovarono nella capitale keniano per vedere sul campo ciò che la rete locale era riuscita a costruire. Petrini, ormai anziano ma ancora capace di entusiasmare folle come un predicatore laico del cibo, guardava al Kenya come a uno dei simboli più riusciti della filosofia Slow Food in Africa.

A Ruchu, nella subcontea di Kandara, gli ospiti internazionali incontrarono Joshua Maina, ottantanove anni e ancora nell’orto comunitario ogni mattina. Un posto nato sulle ceneri di una vecchia piantagione di caffè devastata dalla chimica agricola. Slow Food aveva aiutato la comunità a installare sistemi di irrigazione e soprattutto a riconvertire i terreni verso pratiche agroecologiche. Non teoria accademica: terra vera, mani sporche e raccolti condivisi.

L’agronomo Bonaface Ngenge lo spiegava con l’orgoglio semplice di chi vede i risultati: niente più dipendenza totale dai fertilizzanti, famiglie autosufficienti sul piano alimentare e nuove economie legate ad avocado e macadamia. In pratica, meno multinazionali e più dignità.

E poi c’era Gikindu, l’orto rastafariano guidato da Abassa “the doctor”, erborista cresciuto con i saperi del padre e del nonno. Per Petrini questi luoghi erano tesori viventi. Non folklore da fotografare per turisti occidentali, ma esempi concreti di biodiversità culturale. In quell’orto ogni pianta aveva una funzione: medicina, cibo, memoria. Il lemongrass contro il diabete, la moringa per il sistema immunitario, l’ibisco come antinfiammatorio. Una farmacia vegetale all’aria aperta, mentre il mondo continua a credere che il progresso arrivi solo in blister.

Il Kenya di Slow Food è diventato anche il Kenya dei Presìdi. Prodotti che rischiavano di sparire sono tornati a essere motivo di orgoglio nazionale. La zucca di Lare. Il miele Ogiek. Lo yogurt affumicato del West Pokot. Il sale rosso del fiume Nzoia. L’ortica della foresta di Mau. Cibi che fino a pochi anni fa sembravano residui di un passato rurale imbarazzante e che invece oggi vengono raccontati come patrimonio culturale e ambientale.

Il Kenya e l'Uganda confernavano a Petrini la bontà della sua intuizione semplice e rivoluzionaria: la biodiversità non si salva nei laboratori, ma nelle cucine, nei mercati, nei campi e nelle storie delle persone.
Per questo il Kenya diventato centrale nella rete africana di Terra Madre. Non solo per la ricchezza agricola, ma perché qui la battaglia per il cibo coincide con quella per la sopravvivenza sociale. Difendere un seme tradizionale significa difendere indipendenza economica, salute, memoria collettiva e perfino pace sociale.
E così mentre il mondo continua a discutere di intelligenza artificiale, criptovalute e agricoltura verticale (bene per carità, necessario se vuoi stare al passo con i tempi e con i debiti), nelle campagne keniane restano gli insegnamenti di un piemontese corpulento e visionario che parlava di lumache come fossero una filosofia di vita.

Carlo Petrini lascia al Kenya qualcosa che non si misura con le statistiche. Ha lasciato comunità che oggi custodiscono banche dei semi locali. Giovani che studiano agroecologia invece di scappare soltanto verso Nairobi. Cuoche che hanno ricominciato a servire “traditional healthy food” senza vergognarsi. Contadini che hanno smesso di considerarsi l’ultimo anello della catena.
E forse il vero miracolo di Slow Food in Kenya è stato proprio questo: convincere un Paese africano che la modernità non passa necessariamente dal dimenticare sé stessi.

(Foto: Slow Food Kenya)

TAGS: PetriniSlow FoodLare

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