EDITORIALE
20-10-2025 di Freddie del Curatolo
C’è un silenzio nuovo nel Kenya. È un silenzio strano, pieno di gente.
Si sente nei mercati, negli uffici pubblici, nelle redazioni dove fino a pochi giorni fa bastava la parola “Raila” per accendere microfoni, discussioni e sogni. Per dividere, anche, scatenare dubbi, ma sempre lasciare aperto un filo di speranza, quella che in alto ci fosse ancora qualcuno disposto a sentire suppliche, canti e invocazioni.
Adesso la parola è la stessa, ma suona come un’eco.
Il Paese piange Raila Amolo Odinga, il figlio del dissidente, il maestro dell’opposizione, l’uomo che riusciva a riempire i parchi con un annuncio e senza un centesimo di spesa per la mobilitazione.
Il figlio d'arte, anche. Suo padre, Jaramogi Oginga Odinga, aveva aperto la strada alla libertà del Kenya.
Raila prese quel testimone e lo portò in un secolo più rumoroso, combattendo prima il partito unico, poi le elezioni truccate, poi la fatica stessa di credere nella democrazia. Cinque volte candidato alla presidenza, cinque volte sconfitto, ma ogni volta tornava. Perché in Kenya perdere non è mai un motivo sufficiente per smettere.
Lo chiamavano in tanti modi: Baba, Jakom, Njamba. Padre, presidente, guerriero. E in ognuno di quei nomi c’era un pezzo di verità, come se il Paese intero avesse bisogno di più parole per contenerlo. Anche i suoi nemici gli riconoscevano qualcosa: la testardaggine, forse il coraggio, di restare in piedi quando tutti gli altri avevano già scelto di inginocchiarsi. Lui però non aveva bisogno di slogan preparati, perché bastava che ci fosse lui.
Era l’unico politico keniota capace di far sembrare Uhuru Park un altare laico e il Kamukunji Grounds una preghiera collettiva.
Uno dei quotidiani più letti del Paese, sopra l'immagine della folla infinita intorno alla sua bara allo stadio Nyayo, ha titolato "Il presidente che non abbiamo mai avuto".
Forse per questo rimarrà per sempre l'unico vero presidente, come quando, dopo le ennesime elezioni che disse di aver perso per brogli elettorali, si fece eleggere "sovrano del popolo".
Poi, dopo tutta la cieca e sorda opposizione, mentre la gioventù scendeva in piazza a chiedere un futuro che sembrava sempre rimandato, lui preferì la calma al caos. Appoggiò il governo, e qualcuno lo chiamò traditore. Forse aveva solo capito che un Paese può anche sopravvivere senza eroi, ma non senza un minimo di pace. Raila Odinga lascia dietro di sé un silenzio pesante, pieno di domande e nostalgia. Ha vissuto abbastanza da diventare simbolo, e abbastanza a lungo da vedere i propri sogni trasformarsi in compromessi. Ma forse era proprio questo il suo modo di amare il Kenya: lottare, fallire, riprovare.
Adesso Re Raila è morto e sepolto, con un seguito di decine di migliaia di "fedeli" e la sua assenza pesa più della sua presenza.
Non solo per chi lo amava, ma anche per chi non sapeva bene come fare senza di lui.
E ora che il “Baba” riposa, resta quel vuoto tipico delle grandi partenze africane: il rumore del popolo che, per un attimo, si ricorda di essere uno.
Se n’è andato com’era vissuto: al centro della scena, circondato da applausi, dubbi e silenzi. La sua vita è stata un lungo viaggio attraverso la storia del Kenya, un misto di fede, ostinazione e scommesse mancate.
Per molti era un leader, per altri un’ossessione nazionale. Di certo, nessuno poteva ignorarlo, perchè era più di un politico. Era un sopravvissuto, forgiato da anni di prigione, esilio e ritorni trionfali che sembravano sempre preludere al grande momento, quello che però non arrivava mai.
Sei anni dietro le sbarre senza processo non gli spensero la voce; la fecero più roca, più prudente, ma non meno ferma.Nel labirinto della politica keniota, Odinga è stato l’ago della bilancia e, a volte, la bilancia stessa.
Quando il Paese si sfaldava, lui tendeva una mano. Non sempre per idealismo, spesso per necessità. Era il compromesso incarnato, l’uomo che faceva pace con chi lo aveva appena pugnalato.
Una qualità che in Africa si chiama saggezza, e in politica, semplicemente, istinto di sopravvivenza.
Il giorno in cui la sua salma è tornata dall’India, l’aeroporto Jomo Kenyatta si è trasformato in una stazione dell’anima. Il volo RAO001, cosignato in suo onore, è atterrato come se il Paese intero fosse sospeso a mezz’aria, in attesa di toccare terra insieme a lui.
Quel mattino, i vertici della sua creatura Orange Democratic Movement si erano riuniti per dare un volto alla continuità.
Hanno scelto Oburu Oginga, il fratello maggiore, uomo rispettato, decano di famiglia.
Un passaggio necessario, quasi naturale.
Ma anche un passaggio che lascia la domanda aperta: si può davvero “succedere” a un Enigma?
Nella villaggio natale di Bondo, uno dei suoi delfini, Opyio Wandai, ha provato a dare un senso politico a quel vuoto.
Ha detto che la regione è stata lasciata al potere da Raila e lì resterà.
Una frase che suona come promessa e come testamento.
Forse anche come ammonimento.
Del resto, la famosa stretta di mano tra Raila e Ruto aveva già spostato gli equilibri: uomini dell’ODM dentro al governo, un partito dell’opposizione con il piede nell’esecutivo.
Un miracolo o un compromesso, a seconda dei punti di vista.
Ma sotto la superficie del lutto, qualcosa si muove.
Le mormorazioni sono tornate. “Chi prenderà il suo posto?” “Chi guiderà le folle, ora che il pastore non c’è?”
La risposta, per ora, è nessuno.
Perché nel Kenya politico, quando un leader muore, spesso muore anche il suo partito.
È la malattia ereditaria della democrazia africana, che è sempre una monarchia (spesso tribale) trasformata in res publica: le sigle sono persone, non istituzioni.
Il KANU di Moi, finito con lui (checcè se ne possa dire del figlio Gideon). Il PNU di Kibaki, svanito dopo il suo addio. Il Jubilee di Uhuru Kenyatta, già polvere d’archivio tre anni dopo.
E ora l’ODM, che senza Raila rischia di essere un grande coro rimasto senza solista, un'arancia nel bicchiere da cocktail senza Negroni.
Sì, il partito ha quadri, esperti, strateghi, nomi di rispetto.
Ma nessuno che, solo entrando in un mercato, faccia voltare i venditori di pesce, i meccanici, gli studenti. Nessuno che faccia accorrere le telecamere solo dicendo “ho qualcosa da dire”. Nessuno che abbia quella strana chimica fra la voce e la speranza.
È questo il vuoto che lascia Odinga: un vuoto che non si colma con gli incarichi, ma con la storia.
Forse, in fondo, il suo più grande errore è stato proprio quello di non aver preparato la staffetta.
Non perché fosse geloso del potere, ma perché credeva — come tanti grandi — che la passione bastasse.
E invece, no.
La passione muore con l’uomo, le istituzioni vivono di regole, successioni, panchine, simboli da tramandare.
Un partito che si regge su una sola voce non è una casa: è una tenda da comizio. E basta un colpo di vento per farla volare via.
Qualcuno dice che se davvero l’ODM vuole onorarlo, deve fare ora quello che non ha fatto in vent’anni: trasformarsi da movimento a meccanismo, da fede a scuola, da nome a norma.
Convocare un congresso aperto, lasciare che le idee competano, non solo le fedeltà.
Fare delle parole che lo hanno reso grande — democrazia, coraggio, equità, unità nazionale — una legge interna, non un ricordo buono per i necrologi.
Non serve cercare “il nuovo Raila”, anche perché non esiste.
Il compito è costruire un movimento che non crolli più quando il suo fondatore chiude gli occhi.
Non esistono cloni dei simboli.
Serve invece costruire un partito che non cada in ginocchio ogni volta che un uomo sale sul podio del cielo.
Raila aveva il dono raro di far sentire i kenioti visti, ascoltati, parte della storia. Se il Paese vuole davvero ereditare qualcosa da lui, deve trasformare quel dono in sistema, non in santino.
Raila era grande proprio perché sapeva essere semplice.
Non chiedeva applausi: arrivavano.
Non pretendeva microfoni: lo aspettavano.
Faceva sentire la gente vista, ascoltata, capita.
Questo era il suo vero potere — ed è la sua vera eredità.
I politici sono tutti politici, figuriamoci in Africa, dove ancora prima di sedersi in parlamento sono già diventati imprenditori.
Ora tocca a chi resta non imitarlo, ma istituzionalizzare la sua umanità e metterla davanti ad ogni interesse personale.
Perché il Kenya non ha bisogno di un altro eroe, ma di un sistema che non muoia con i suoi eroi.
E chissà, magari un giorno, quando l’ODM convocherà una folla, sarà per parlare di un’idea, non di un nome.
Fino ad allora, la sua voce continuerà a risuonare nei parchi vuoti.
E ogni tanto, nel vento, sembrerà ancora di sentirlo dire: “Bado mapambano.”
La lotta continua.
Anche senza di lui, e senza qualcuno che lotti veramente.
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