CURIOSITA'
11-09-2026 di Freddie del Curatolo
C'è chi dal Kenya torna con una collana maasai, chi con la nostalgia del chai (il té, non la piccola tangente) e chi, più semplicemente, con la convinzione che prima o poi ci metterà nuove radici. Poi c'è Sandro Ferretto, padovano, ex sacerdote e missionario, che dal Kenya è tornato con qualcosa di decisamente più impegnativo: l'amore.
E così, dopo dodici anni trascorsi tra le montagne della contea di Baringo, dove tutti lo conoscevano come "Father Sandro", è tornato proprio lì per sposare Sharon, la donna che gli ha cambiato il destino. Non in una villa sul Garda o in un agriturismo veneto, ma nel villaggio di Seretion, con una tradizionale cerimonia africana fatta di colori, canti, sorrisi e, immaginiamo, parecchia polvere rossa sulle scarpe. Un rito che i più smaliziati, giocando sulle assonanze tra dialetti tribali keniani e italiano, potrebbe essere tentatore più del diavolo: si chiama infatti “Koito”, sposalizio tradizionale kalenjin salito già alla ribalta delle cronache nazionali poche settimane fa con la cerimonia nuziale della figlia del presidente William Ruto.
Del resto il Kenya, si sa, è pericoloso. Non solo per le strade dissestate, gli elefanti o i babbuini che rubano la frutta. È pericoloso perché ti entra dentro, o quando tu entri dentro a qualcosa di inedito...forse.
Lo raccontano in tanti italiani arrivati qui per qualche mese e rimasti una vita. Medici, volontari, imprenditori, pensionati, sub, cuochi e persino qualche giornalista. Arrivano pensando di aiutare l'Africa e finiscono per essere aiutati da lei. Sandro lo aveva detto con una frase che oggi suona quasi profetica: "Mandato ad evangelizzare, mi ritrovo evangelizzato."
Non è una battuta. È forse la sintesi più bella di cosa significhi vivere davvero il Kenya, anche se in questo caso potrebbe sembrare una perdita di fede.
Per dodici anni l’oggi Bwana Sandro, ha percorso piste impossibili per raggiungere ventisei comunità sparse tra le montagne, in una zona dove l'elettricità è un lusso e il telefono prende solo quando gli gira bene. Ha celebrato messe, ascoltato persone, condiviso capanne e pasti, conosciuto una cultura dove l'ospite è ancora sacro e dove, anche quando si ha poco, quel poco si divide.
Poi il ritorno in Italia. Le parrocchie nel Padovano, il lavoro con i migranti, un periodo di riflessione e infine la decisione di chiedere la dispensa dal sacerdozio. Nessuno scandalo, nessuna fuga rocambolesca, nessuna doppia vita da romanzo. Solo la presa d'atto che la propria vocazione aveva cambiato forma.
Per qualcuno sarà una sconfitta. Per altri, forse, una delle prove più difficili di sincerità verso sé stessi. E il Kenya, ancora una volta, era lì ad aspettarlo.
Qualcuno potrebbe dire che ha lasciato la Chiesa per una donna. Forse è più corretto dire che non ha mai smesso di seguire quella ricerca dell'amore e del prossimo che lo aveva portato in Africa tanti anni fa. Solo che, questa volta, il prossimo aveva un nome: Sharon.
La cosa curiosa è che in Kenya una storia del genere viene vissuta con molta più naturalezza di quanto accadrebbe in certe sagrestie italiane. Qui la gente sa distinguere tra la fede e il mestiere, tra il rispetto per un uomo e il ruolo che ricopriva. E probabilmente molti dei suoi ex parrocchiani saranno stati sinceramente felici di vederlo sorridere vestito da sposo invece che con la tonaca.
In fondo anche questa è Africa. Il continente che ama ricordarti che la vita non segue quasi mai i programmi che ti eri fatto. E che Dio, forse, ha un senso dell'umorismo molto più sviluppato del nostro. Perché, diciamolo, se uno parte da Padova convinto di convertire il Kenya e finisce sposato con una donna keniana nello stesso villaggio dove celebrava la Messa... beh, viene il sospetto che qualcuno, lassù, si sia divertito parecchio a scrivere il copione o che forse anche lì, come in terra d’Africa, qualcuno è diverso da tutti gli altri.
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