EST AFRICA NEWS
17-01-2026 di Freddie del Curatolo
Ci sono momenti in Africa in cui il confine non è una linea sulla mappa, ma un presentimento. Un presentimento che sa di blocchi stradali, telefoni muti e ore che passano lente come un autobus fermo al sole. È uno di quei momenti che il Kenya guarda verso l’Uganda e, prudentemente, frena.
I kenioti intenzionati ad attraversare i valichi di Busia e Malaba sono stati invitati a sospendere temporaneamente i loro piani di viaggio. Non per capriccio, ma per semplice istinto di sopravvivenza politica. L’Uganda è in attesa dei risultati ufficiali delle elezioni generali di giovedì 15 gennaio 2026 e, come spesso accade in questa parte di mondo, l’attesa è la fase più delicata.
A lanciare l’allerta è stato il commissario della contea di Busia, Stephen Orinda, che venerdì 16 gennaio ha messo in guardia i cittadini dai rischi legati alla situazione oltreconfine. Viaggi non necessari da evitare, prudenza da esercitare come una virtù antica, finché il quadro politico ugandese non avrà trovato una forma meno nervosa.
Orinda non ha parlato per sentito dire. Ha ricordato ai giornalisti cosa è accaduto recentemente ai kenioti in Tanzania durante le elezioni di quel Paese. Una memoria ancora fresca, fatta di nomi, date e corpi che non sono tornati a casa. “Abbiamo perso la vita di alcuni kenioti da quella parte”, ha avvertito, senza bisogno di aggiungere altro.
Nel frattempo, chi dall’Uganda stava cercando di rientrare in Kenya racconta scene che somigliano più a una prova generale del caos che a un normale giorno post-elettorale. Reti di comunicazione interrotte, posti di blocco ovunque, attese infinite. Un viaggiatore proveniente da Kampala ha parlato di una situazione confusa, con elettori che si spostavano di casa in casa e telefoni ridotti a oggetti decorativi. Un altro ha raccontato di aver trascorso dodici ore al confine per un tragitto che normalmente richiede tre, bloccato dalla sera fino all’alba, quando la stanchezza supera anche la rassegnazione.
L’avviso di Busia riapre ferite ancora aperte. Le elezioni del 2025 in Tanzania restano una cicatrice regionale: almeno due kenioti uccisi durante le violenze post-elettorali, altri feriti, arresti arbitrari e famiglie rimaste in sospeso. John Ogutu, insegnante di 33 anni, ucciso dalla polizia a Dar es Salaam e mai restituito ai suoi. Albert Kamala, arrestato il giorno del voto e poi trovato morto. Episodi che trasformano ogni attraversamento di frontiera in una lotteria tragica.
Secondo i gruppi per i diritti umani, la repressione post-elettorale in Tanzania avrebbe causato tra le 700 e le 3.000 vittime, numeri che galleggiano molto al di sopra delle cifre ufficiali. Numeri che non si dimenticano facilmente, soprattutto quando si parla di nuove elezioni in Paesi dove la democrazia è spesso un esercizio di resistenza più che di scelta.
L’Uganda, del resto, arriva a questo voto con un passato recente carico di tensioni. Le ultime campagne elettorali sono state accompagnate da arresti di massa tra i sostenitori dell’opposizione, detenzioni prolungate e accuse politiche. Leader storici come Kizza Besigye e figure popolari come Robert Kyagulanyi, alias Bobi Wine, hanno conosciuto più celle che comizi, con Besigye rimasto in custodia cautelare per oltre un anno dalla fine del 2024.
I risultati provvisori diffusi dalla Commissione elettorale ugandese vedono il presidente Yoweri Museveni in testa con il 75,38% dei voti, seguito da Bobi Wine al 20,71%. Numeri che, in altri contesti, chiuderebbero la partita. Qui, invece, aprono la fase più delicata: quella in cui si contano non solo le schede, ma le reazioni.
Già il 9 gennaio, le Nazioni Unite avevano messo in guardia contro l’uso della violenza nei confronti dei manifestanti, ricordando come repressione e impunità siano diventate elementi strutturali della vita politica ugandese dopo il voto del 2021, insieme alle restrizioni sulla libertà di parola e di protesta.
“Siamo in stato di massima allerta”, ha ribadito Orinda, assicurando che le forze di sicurezza keniote continuano a pattugliare tutti i punti di confine. Un confine che oggi non separa solo due Paesi, ma due stati d’animo: da una parte l’attesa tesa dell’Uganda, dall’altra la prudenza di chi ha già imparato che, quando la politica si scalda, è sempre il cittadino qualunque a scottarsi per primo.
Oggi si dovrebbero avere i risultati, ma arrestando i leader dell'opposizione, gli si impedirà di scendere in piazza a protestare per i risultati secondo loro falsati. Per ora, comunque, meglio restare a casa. L’Uganda non scappa. Le elezioni sì, passano. Ma i confini, quando si caricano di paura, sanno restare chiusi più a lungo delle urne.
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