VICINI DI CASA AFRICA
18-01-2026 di Freddie del Curatolo
81 anni e non sentirli.
E non sentire nemmeno gli spari contro i rivali, gli elicotteri che cercano di rapire il leader dell’opposizione, non sentono le urla di protesta nelle strade di Kampala e nemmeno il rumore secco dei blackout quando Internet sparisce come un testimone scomodo.
Sentono solo gli applausi, possibilmente ben coreografati, e il fruscio delle schede che continuano a dire sempre la stessa cosa: in Uganda Yoweri Kaguta Museveni ha vinto. Di nuovo.
Settimo mandato. Una cifra che in Africa orientale non è più un numero, ma una postura fisica: stare al potere abbastanza a lungo da confondersi con lo Stato stesso. Museveni governa l’Uganda dal 1986, da quando molti dei suoi elettori non erano nemmeno un’ipotesi biologica. Oggi ha 81 anni, il 71,65 per cento dei voti e un Paese che ufficialmente lo ama, anche quando deve essere invitato ad amare con più entusiasmo per meritarsi un piatto di riso gratuito a un comizio.
Il copione è noto, ma ogni volta fa finta di essere nuovo. Campagna elettorale tesa, repressione dell’opposizione, Internet spento come una luce fastidiosa, osservatori internazionali che parlano di voto “pacifico” mentre intorno volano accuse di intimidazioni, arresti e rapimenti. Un lessico che in Uganda non fa più notizia, ma solo statistica.
Dall’altra parte c’è Bobi Wine, 43 anni, cantante diventato politico, simbolo di una generazione che vorrebbe almeno provare a cambiare musica. Ha preso il 24,72 per cento dei voti, secondo i risultati ufficiali, e quasi il 100 per cento delle attenzioni della polizia. Durante la campagna i suoi comizi sono stati interrotti a colpi di lacrimogeni e proiettili, centinaia di sostenitori arrestati, almeno una vittima accertata. Il giorno delle elezioni Wine ha parlato di “massiccio broglio elettorale”, mentre raccontava di essere in fuga, con la casa circondata e la famiglia agli arresti domiciliari. Una scena che in Uganda si ripete con tale regolarità da sembrare parte dell’arredo istituzionale.
Nel frattempo, la commissione elettorale annunciava i risultati e il mondo prendeva atto. Le Nazioni Unite parlavano di repressione e intimidazioni diffuse, l’Unione Africana ammetteva che il blackout di Internet aveva reso difficile osservare davvero qualcosa, ma confermava che il giorno del voto era stato “pacifico”. Pacifico come una strada pattugliata da blindati.
A Butambala, a una cinquantina di chilometri da Kampala, la polizia ha ucciso tra le sette e le dieci persone durante un’operazione contro militanti dell’opposizione. Versioni diverse, numeri ballerini, machete tirati fuori all’occorrenza per spiegare tutto. La sostanza resta la stessa: il potere non ama essere disturbato mentre si autocelebra.
Eppure Museveni continua a essere lodato da una parte consistente del Paese. È l’uomo che ha messo fine al caos post-indipendenza, quello che ha garantito stabilità e crescita economica.
In quarant’anni di potere, Museveni ha cambiato la Costituzione quanto basta per restare sempre in gara: prima via i limiti di mandato, poi quelli di età. Il Movimento di Resistenza Nazionale domina anche il Parlamento, rendendo l’idea di alternanza un esercizio teorico buono per i manuali di educazione civica, non per la vita reale.
Così l’Uganda va avanti, tra elezioni che somigliano a rituali, opposizioni che pagano il prezzo della sfida e un presidente che non sente nulla, se non il suono rassicurante della propria permanenza.
Ottantuno anni e non sentirli. Ma soprattutto, non volerli sentire.
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