KENYA NEWS
03-06-2026 di Freddie del Curatolo
In Kenya si può salire in cinque su una motocicletta, trasportare una bombola del gas tra le gambe del passeggero e telefonare mentre si schiva una buca grande come una piscina comunale. Poi, quando qualcuno finisce sotto un camion o contro un matatu lanciato come un proiettile impazzito, si parla di fatalità. Adesso a ricordarci che non è fatalità ma follia organizzata è arrivato perfino Jean Todt, ex direttore generale della Ferrari e ora inviato speciale delle Nazioni Unite per la sicurezza stradale.
Todt la chiama “pandemia silenziosa”, un virus che non fa paura quanto Ebola, non chiude aeroporti e non riempie le prime pagine. Eppure uccide ogni giorno. Si diffonde sulle strade africane, dove il traffico sembra spesso una contrattazione permanente tra il destino e l'incoscienza. Per questo Todt, pensionato ottantenne di lusso che ha ancora voglia di sentirsi utile, oggi gira il mondo cercando di convincere governi e cittadini che le regole servono anche quando nessuno ha voglia di rispettarle. L’ex mente tecnica di Shumacher ha anche incontrato il nostro ambasciatore, Vincenzo Del Monaco, che ha definito “impegnato nella lotta contro la pandemia silenziosa sulle strade, che continua a mietere vittime tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni, sottolineando l'importanza di caschi sicuri e accessibili”. L'attenzione per Todt rimane concentrata su misure concrete in grado di salvare vite umane in modo rapido e su larga scala.
In Kenya gli incidenti stradali continuano a rappresentare una delle principali emergenze nazionali, anche se raramente suscitano lo stesso allarme che accompagnerebbe qualsiasi altra tragedia collettiva. Le immagini sono sempre le stesse: motociclisti senza casco, bambini trasportati come pacchi sui boda boda, matatu trasformati in gare ambulanti, camion che divorano chilometri su strade spesso inadeguate e pedoni costretti a giocare ogni giorno una personale partita contro la sorte.
Per questo, nei giorni scorsi, Nairobi ha ricevuto una visita importante. Jean Todt, ex dirigente della Ferrari e attuale inviato speciale delle Nazioni Unite per la sicurezza stradale, è arrivato in Kenya nell'ambito di una missione dedicata alla promozione di politiche più efficaci per ridurre il numero delle vittime sulle strade africane. L'obiettivo dichiarato resta quello fissato dall'ONU: dimezzare entro il 2030 il numero di morti e feriti gravi causati dagli incidenti stradali.
Todt ha incontrato rappresentanti governativi, istituzioni internazionali e operatori del settore, sottolineando ancora una volta come la sicurezza stradale resti una delle emergenze più sottovalutate del pianeta. Una "pandemia silenziosa", come viene spesso definita dagli organismi internazionali, capace di provocare ogni anno oltre un milione di morti nel mondo e decine di milioni di feriti.
E il continente africano continua a pagare il prezzo più alto. Secondo le Nazioni Unite e l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Africa resta la regione con il più elevato tasso di mortalità stradale del pianeta. Un primato che non ha nulla di cui vantarsi e che nasce da una miscela tossica fatta di infrastrutture insufficienti, controlli sporadici, veicoli in cattive condizioni e scarsa applicazione delle regole.
Il Kenya, pur avendo compiuto alcuni passi avanti negli ultimi anni, continua a convivere con situazioni che altrove farebbero intervenire immediatamente polizia, assicurazioni e tribunali. Qui invece fanno parte del paesaggio. Il casco resta spesso un accessorio opzionale, le cinture di sicurezza una questione di coscienza personale, i limiti di velocità un suggerimento filosofico più che una norma.
I boda boda, indispensabili per la mobilità di milioni di persone, sono diventati contemporaneamente una risorsa economica e una delle principali fonti di incidenti. Intere famiglie vengono trasportate su una sola motocicletta, spesso senza alcuna protezione. Nei quartieri periferici e nelle aree rurali nessuno sembra più stupirsi. Anzi, c'è chi scatta anche delle foto con cinque persone a bordo di una due ruote indiana o cinese, compresi bambini, con sguardi ilari.
Lo stesso vale per molti matatu, simbolo del trasporto pubblico kenyano. Mezzi colorati, rumorosi, spesso geniali nella loro creatività estetica, ma non sempre altrettanto rigorosi nel rispetto delle norme. E quando la competizione per raccogliere più passeggeri possibile si trasforma in corsa contro il tempo, il risultato finisce troppo spesso sulle pagine di cronaca.
Todt insiste da anni su un concetto semplice: la sicurezza non dipende da un singolo fattore ma da un sistema. Strade migliori, veicoli più sicuri, controlli reali, educazione stradale e applicazione delle leggi. Tutto insieme. Perché nessuna campagna pubblicitaria può funzionare se poi chi guida sa che difficilmente verrà fermato o sanzionato.
Il problema è che in molti Paesi africani, Kenya compreso, la morte sulle strade è diventata quasi una componente naturale del paesaggio. Una notizia da leggere al mattino e dimenticare nel pomeriggio. Finché non riguarda un familiare, un amico o noi stessi.
Ed è forse proprio questa l'emergenza più difficile da combattere. Non la mancanza di leggi, ma l'abitudine al rischio. Quella convinzione tutta umana che gli incidenti capitino sempre agli altri che si aggiunge all'ancestrale fatalismo africano.
Poi arriva la curva sbagliata, il sorpasso impossibile, il casco mai acquistato perchè costa troppo e se proprio avanza qualche banconota, meglio un telefonino migliore. E la statistica diventa nome e cognome.
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