STORIE KENIANE
19-06-2026 di Freddie del Curatolo
Ci sono idee che nascono nei laboratori delle grandi università del mondo e altre che emergono dal fango di un lago africano.
Quelle più rivoluzionarie, a volte, appartengono alla seconda categoria. Andrebbero nazionalizzate, se non internazionalizzate, diffuse, diventare "virali" al posto dei milioni di video scemi su tik-tok. E invece restano roba da applausi e nessun riscontro vero e proprio.
È il caso di Joseph Nguthiru, giovane ingegnere keniano che ha deciso di guardare un problema ambientale negli occhi e immaginare che potesse diventare una soluzione.
Questo giovane ingegnere ha trasformato il giacinto d'acqua invasivo del lago Naivasha in imballaggi biodegradabili. Premi internazionali, riconoscimenti da Obama e dal re Carlo, ma la sua storia resta quasi sconosciuta ai keniani.
Sul lago Naivasha il giacinto d'acqua è da anni il simbolo di una battaglia persa. Una pianta infestante che invade le rive, intrappola le barche dei pescatori, sottrae ossigeno all'acqua e mette a rischio l'intero ecosistema. Per Joseph Nguthiru, però, quella distesa verde che molti consideravano solo una maledizione era una miniera ancora da scoprire.
Nguthiru, 27 anni, laureato in Ingegneria dell'Acqua e dell'Ambiente all'Università di Egerton, è il fondatore di HyaPak, una startup keniana che produce imballaggi biodegradabili utilizzando la polpa del giacinto d'acqua, la pianta invasiva che da anni soffoca ampie porzioni del lago.
L'idea è tanto semplice quanto brillante: usare un problema ambientale per risolverne un altro. Da una parte la proliferazione incontrollata del giacinto d'acqua, considerato dall'UNEP una delle infestanti acquatiche più dannose al mondo; dall'altra l'inquinamento da plastica che continua a rappresentare una delle maggiori emergenze ambientali del continente.
I prodotti sviluppati da HyaPak comprendono sacchetti per piantine che si degradano direttamente nel terreno, confezioni per corrieri e rivestimenti per cartoni alimentari capaci di conservare i prodotti anche senza refrigerazione.
Nel frattempo, il progetto ha già consentito di ripulire circa otto ettari del lago Naivasha e di creare decine di posti di lavoro "verdi" per le comunità locali che hanno visto il proprio sostentamento minacciato proprio dall'espansione del giacinto.
È uno di quei rari esempi di economia circolare che non restano teoria nei documenti delle organizzazioni internazionali. Il rifiuto diventa risorsa, il danno ambientale diventa opportunità economica, la tutela dell'ecosistema genera occupazione.
Eppure la cosa sorprendente è un'altra.
Nguthiru è stato premiato alla COP28 di Dubai nell'ambito del programma "Prototypes for Humanity", selezionato tra migliaia di candidature provenienti da centinaia di università del mondo. È stato inserito nella lista Africa 40 Under 40, riconosciuto come miglior innovatore del Kenya, nominato Obama Leader e premiato da Meta tra i giovani protagonisti africani della lotta al cambiamento climatico.
Ha incontrato l'ex presidente americano Barack Obama ed è stato invitato a una cena ufficiale con re Carlo III durante la sua visita in Kenya.
Una sequenza di riconoscimenti che farebbe notizia in qualsiasi Paese.
Eppure, fuori dagli ambienti dell'innovazione e della sostenibilità, il suo nome resta relativamente poco noto ai keniani.
Forse perché le buone notizie fanno meno rumore degli scandali. Forse perché l'innovazione africana continua a essere raccontata soprattutto all'estero. O forse perché il continente è ancora vittima di una narrazione che si concentra più sui problemi che sulle soluzioni.
La storia di Nguthiru dimostra invece che il Kenya non è soltanto un laboratorio di emergenze climatiche, ma anche un laboratorio di idee.
In un momento in cui il mondo cerca disperatamente alternative alla plastica e modelli di sviluppo più sostenibili, un giovane ingegnere di Nairobi ha avuto un'intuizione che profuma di futuro: guardare un'erbaccia infestante e vedere una risorsa.
Non una tecnologia importata dall'Europa o dalla Silicon Valley, ma una risposta nata da un problema africano per affrontare sfide globali.
Ed è forse questo l'aspetto più importante della vicenda. Perché il giacinto d'acqua continuerà probabilmente a crescere sulle acque del Naivasha. Ma da oggi, almeno, qualcuno lo guarda con occhi diversi. Non come un nemico da combattere, ma come la prova che la natura, a volte, nasconde le sue soluzioni proprio dentro i suoi problemi.
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