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La Corte blocca l'edilizia popolare nel parco di Watamu

Accolta (per ora) la petizione di ambientalisti e residenti

27-12-2025 di Freddie del Curatolo

C’è una parola che in Kenya non si usa spesso, perché di solito arriva tardi, quando il danno è già stato fatto: sospensione.
Questa volta, invece, a Watamu è arrivata prima, magari non per qualche albero, ma del cemento sì.

Il Tribunale per l’Ambiente e il Territorio di Kilifi, sezione di Malindi, ha bloccato temporaneamente la costruzione delle palazzine di edilizia popolare previste nel Watamu Public Park, il piccolo parco verde all’ingresso della località turistica. Quello che per anni ha fatto da anticamera al mare, da respiro prima della spiaggia, da “sei arrivato” senza bisogno di cartelli.

Con una decisione datata 24 dicembre 2025, il giudice Mwangi Njoroge ha ordinato il mantenimento dello status quo per 14 giorni, applicando il principio di precauzione previsto dalla legge ambientale kenyana. Tradotto dal linguaggio giuridico a quello della strada: fermatevi tutti, abbassate le ruspe, parliamone sul serio.

La sospensione arriva dopo la petizione presentata dall’attivista ambientale Halima Mohamed, che ha denunciato l’assenza di una reale partecipazione pubblica nella decisione di sacrificare l’unico parco pubblico rimasto a Watamu per far spazio alle Affordable Housing Buildings, uno dei progetti bandiera del governo Ruto.

Nel mirino del ricorso finiscono un po’ tutti: Attorney General, Ministero dei Terreni e dell’Edilizia Abitativa, Affordable Housing Board, governo della contea di Kilifi e NEMA. Un elenco lungo come spesso accade quando le responsabilità si distribuiscono bene, ma il verde si distribuisce male.

Il punto, però, non è mai stato se costruire case popolari o no. Questo, a Watamu, lo hanno chiarito in molti. Anche durante la manifestazione pacifica del 20 dicembre, residenti e investitori hanno ripetuto lo stesso concetto, con una coerenza che in Kenya non è scontata: le case servono, ma non lì.

Non un rifiuto ideologico. Un rifiuto topografico.

Quel parco, con i suoi alberi di neem, le panchine stanche e la polvere rossa che non fa mai scena ma tiene insieme le cose, è un luogo vissuto. Punto di incontro per la comunità, area di sosta informale, primo contatto per i turisti che arrivano a Watamu aspettandosi mare, verde e una certa idea di costa africana che resiste ancora, nonostante tutto.

Sostituirlo con un blocco di appartamenti significherebbe cambiare la frase d’ingresso della città. Non più “benvenuti”, ma “accomodatevi tra il cemento”.

La Corte, almeno per ora, ha ascoltato. Ha riconosciuto che il progetto potrebbe violare disposizioni costituzionali sulla tutela ambientale, sui diritti fondiari e sulla proprietà comunitaria. E soprattutto ha riconosciuto che, in assenza di un confronto reale con chi quel luogo lo vive ogni giorno, andare avanti sarebbe stato un atto di forza più che di sviluppo.

La vicenda di Watamu non è isolata. Pochi giorni prima, una corte di Nairobi aveva bloccato il maxi progetto di edilizia popolare Southlands, a Lang’ata, 15.000 unità fermate da un’altra petizione, questa volta presentata da Okiya Omtatah. Anche lì, terreni pubblici, corridoi infrastrutturali, valutazioni ambientali lacunose. Anche lì, il freno a mano tirato all’ultimo metro.

Il programma di edilizia popolare del governo Kenya Kwanza, sulla carta, resta uno dei più ambiziosi degli ultimi decenni. Eliminare gli slum, offrire abitazioni accessibili, creare lavoro, coinvolgere giovani, artigiani, jua kali, diaspora. Tutto vero. Tutto necessario.

Ma c’è una verità africana che resiste a ogni piano strategico: non basta costruire. Bisogna sapere dove, come e perché.

Watamu, in questi giorni, non ha detto no allo sviluppo. Ha detto no a uno sviluppo sordo. A un’idea di progresso che non guarda l’ingresso di una città, la sua immagine, la sua anima fragile e turistica, ma solo una mappa catastale.

Ha chiesto alternative. Jacaranda, Kanani, Uyombo, Dabaso, Gede. Luoghi dove costruire senza cancellare. Dove aggiungere senza togliere. Dove il sociale non diventa involontariamente un deterrente economico.

La sospensione decisa dal tribunale non è una vittoria definitiva. È una pausa. Ma in un Paese dove spesso si corre senza guardare, anche fermarsi può essere un atto rivoluzionario.

E forse Watamu, per una volta, ha fatto qualcosa di raro: ha protestato senza urlare contro il futuro. Ha solo chiesto che non passi proprio sopra l’unico pezzo di verde rimasto a dire che sì, qui, qualcosa di bello esiste ancora.

TAGS: watamuediliziaprogetto

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