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La strada e la chiesa degli italiani sulla via del Mara

Da Nairobi verso un safari indimenticabile: quarta puntata

26-09-2020 di Freddie del Curatolo

C’è tanta memoria italiana in Kenya, più di quanto gli allegri vacanzieri di Malindi Marittima e Watamalfi non riescano ad immaginare.
Per noi questa memoria, l’insieme di tante storie che sono state esistenze, avventure, sofferenze e che oggi diventano testimonianze, ha ancora più valore in tempi come questi, dove chi cerca di tenere vivo il passato viene bollato come un pesante e inutile pezzo d’antiquariato.
Oggi è un grande giorno, perché da Nairobi ci proiettiamo nel Regno degli Animali e andremo a toccare con mano i progetti di conservazione della Natura delle comunità Maasai a nord della riserva del Mara.
Ma uscendo da Nairobi alla buonora, in direzione di Naivasha, ci imbattiamo in uno dei più eclatanti e visibili segni della presenza italiana in questo Paese.
Nel mezzo di quella che chiamano "la scarpata", un costone verde che si lancia nella grande vallata e regala un panorama incredibile, nel 1942 i prigionieri italiani di guerra confinati dagli inglesi nei campi di prigionia di Naivasha, costretti ai lavori forzati, scavarono e lastricarono una strada.
Curve e tornanti a strapiombo che ancora oggi costituiscono l’unica via di collegamento dalla Capitale alle terre dei Maasai.
Pur stremati dalle fatiche e dal denutrimento, i nostri connazionali al culmine della strada vollero costruire una chiesetta, un po' come testimonianza della loro resilienza, un po' come ultima speranza. Non siamo credenti, ma questo piccolo luogo di culto mette i brividi a chi ha il senso della storia e capisce che l'ingiustizia della guerra e della privazione fisica della libertà non è mai così distante dalla nostra memoria.
Ci fermiamo e visitiamo il sito, preannunciato da un cartello che ricorda chi edificò la chiesa. La cosa che salta all'occhio è l'ignoranza di certi tecnici statali (qui come da qualsiasi parte del mondo) che hanno contrassegnato un cartello dell'immediato Dopoguerra come illegittimo, perché non ha pagato le tasse per le segnaletiche pubblicitarie, imbrattando parte di un monumento che fa parte della storia del loro stesso Paese con la sigla KENHA.
All’interno la chiesa è tenuta bene. Da quando il Governo ha riaperto i luoghi di culto, ogni mattina viene celebrata la messa. Non c’è un solo nome italiano, qui dentro. Le iscrizioni sono rigorosamente il latino e anche l’autore degli affreschi si firmò in modo anonimo.
A pochi metri passano e si sorpassano pericolosamente automobili e camion, dentro risiede una pace mistica e giusta, quasi a voler compensare i patimenti di chi costruì questo grido al cielo 78 anni fa.
Poco distante dalla chiesa c’è il punto panoramico dell’escarpment, da cui si domina la Rift Valley e si vedono chiaramente i monti vulcanici Suswa e Longonot. Altri due luoghi, con parchi naturali, che ci piacerebbe visitare.
Nella piazzetta del belvedere c’è anche l’immancabile “curio shop” che, guarda un po’, si chiama “Milano”. Da queste parti gli italiani sono sempre stati visti come uomini di fede e gran lavoratori, missionari che hanno interagito ed aiutato la gente del posto e mestieranti che dapprima sono stati sfruttati dai loro stessi colonizzatori e poi hanno contribuito a far crescere il Kenya indipendente.
Amici, senza considerarli turisti da sbarco e da affari-lampo.
Una sensazione piacevole, un rapporto che diventa più umano e vero, pur con tutte le differenze del caso.
Riprendiamo la strada che discende fino al paesone di Mai Mahiu, che in lingua kikuyu significa “Maji Moto”, ovvero acqua calda. Erano le sorgenti termali del Suswa.
Da qui si svolta in direzione di Narok, capoluogo del Mara, lungo una strada dritta e perfetta, costellata di villaggetti di case in cemento e grande attività commerciale.
Finalmente si vedono verdure di ogni genere sui banchi di legno dei mercatini di villaggio ed anche una certa pulizia. I campi verdi della grande vallata si colorano talvolta di grano, il cielo si accaparra il resto dello sguardo.
A ora di pranzo, dopo circa 4 ore di guida, siamo a Narok.
In un’ambientazione comunque rurale, riappaiono traffico, rumori, assembramenti molto poco Covid-19. Qualcuno indossa la mascherina, quasi tutti una mantella rossa o scozzese.
In una situazione del genere, viene quasi naturale riparare in un centro commerciale, come fossimo turisti. Una bottiglia d’acqua, due crackers locali, frutta secca. Il nostro pranzo.
Da Narok è un’altra oretta di strada asfaltata e poi si entra nello sterrato che porta alla Mara North Conservancy, il nostro obbiettivo.
Siamo diretti al Saruni Mara, il primo dei campi costruiti dall’amico italiano Riccardo Orizio, ex collega folgorato dalla Natura africana che dal 2003 ad oggi ha creato una catena di lodge esclusivi e sostenibili (sono quattro) nel Mara e nel Samburu.
Le sue strutture, oltre alle comodità e ai servizi di altissimo livello, sono strettamente legate a progetti di protezione, di sostenibilità e crescita delle comunità locali Maasai e Samburu.
E anche di interazione tra i due gruppi etnici “cugini”: due anni fa, grazie al suo invito, visitammo il Saruni Samburu. Ora ritroviamo qui qualche volto conosciuto.
L’impatto è fortissimo, di totale immersione nella Natura. Il campo (in muratura) è stato allestito in mezzo alle colline e ai boschi in cui si intrufolano ed arrampicano tutti gli animali immaginabili e regala uno squarcio di vista dall’alto dell’immensa piana del Mara settentrionale, con i suoi colori che dal giallo paglierino, attraverso una serie interminabile di sfumature, incontrano il blu elettrico del cielo a fondo valle.
Tempo per un giro del lodge, una doccia tonificante e per nulla al mondo ci potremmo perdere il primo safari, fino al tramonto.
Ma questo ve lo raccontiamo domani, insieme ad un’altra indimenticabile avventura in Paradiso.  

TAGS: safari kenyastrada italiana kenyachiesa italiana kenyamara north conservancykenya on the road

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