L'angolo di Freddie

AFRICA

Bouba Diop, il gigante da non dimenticare

Se ne va in silenzio, nei giorni del lutto di Maradona, un piccolo grande eroe africano

30-11-2020 di Freddie del Curatolo

Non dovevi attendere un palleggio, un dribbling, un calcio di punizione per capire che Bouba Diop non fosse Maradona.
Ma neanche Baggio o J.J. Okocha, per citare uno dei giocolieri più o meno magici dell'Africa.
Il fisico statuario, pure troppo per danzare con un pallone, già tentava di darlo per spacciato.
Con quella stazza, se sei veloce e talentuoso, puoi fare il difensore centrale o al massimo, se hai piedi buoni e fiuto del gol, il centravanti.
Bouba invece era un centrocampista offensivo e aveva in comune con Diego le origini povere.
Lui arrivava da Rufisque, sobborgo della capitale del Senegal Dakar, un villaggio di pescatori di gamberi con il marchio del fallimento economico stampato a rovine di cemento di chi voleva farne un porto commerciale.
Anche lì, come a Buenos Aires, il calcio è uno dei pochi salvagenti per galleggiare nel fango della strada e provare a spiccare il volo.
Ma in Africa è molto più difficile.
Ci vuole forza di volontà, ce ne vuole tanta.
Lui a 15 anni è già più o meno il gigante buono che tanti in Europa avranno modo di apprezzare, un metro e 94 di altezza per 95 chili.
Dopo aver cambiato tre o quattro casacche di squadre minori di Dakar, a diciassette anni entra a far parte del Vevey, il team locale sponsorizzato da un’accademia elvetica.
Fa di tutto per mettersi in evidenza, ma senza dimenticare i compagni. Dispensa passaggi, appoggi di testa, ma quando arriva l’occasione buona tira missili da 30 metri. Uno di questi buca la rete da pescatore della porta, quasi volesse liberarsi dal destino segnato di chi nasce nella periferia dei dimenticati della Metropoli.
Ci sono gli osservatori del Neuchatel Xamax, prima divisione svizzera a vederlo ed in quattro e quattr’otto se lo portano nella fredda Europa.
I tifosi sorridono, ai primi allenamenti del giovane Bouba, per loro Bubba, che si muove un po’ impacciato, tranne quando tocca la palla.
E’ il 1996 e l’anno prima “Forrest Gump”  ha sbancato gli Oscar americani.
L’immagine del nome Bubba è quella dell’amico pagnottone (e coloured) di Tom Hanks che parla solo di gamberi. Quei gamberi che Papa Bouba Diop conosce fin troppo bene, spesso l’unica possibilità di un pasto da bambino.
Ma alla prima partita, a diciannove anni, quasi tutti capiscono che il senegalese, pur non essendo un fenomeno, ha grinta da vendere e gli avversari spesso lo fanno passare per non rischiare il contatto.
Cinque anni in Svizzera, più di duecento partite e dieci gol, la convocazione nella Nazionale del suo Paese, prima di essere ingaggiato dal Lens in Francia e di coronare il sogno che aveva fin da piccolo, quello di comprare, una casa a Parigi. In periferia, ovviamente.
E’ il 2002 e quell’anno tutto il mondo si accorgerà di lui: Papa Bouba Diop.
Il Senegal ottiene una storica prima qualificazione ai Campionati del Mondo di calcio, che si tengono in Corea. L’esordio sulla carta è dei più difficili ma anche affascinanti, proprio contro la Francia.
Molti giocatori africani, come lui, giocano e vivono lì, alcuni addirittura ci sono nati e si sentono mezzi francesi. Bouba li guida ad una prestazione fantastica ed è suo il gol di una storica vittoria che rimarrà per sempre nella memoria collettiva del suo Paese e non solo.
Bouba non è un attaccante, non segna molto. Di media, tre gol all’anno.
Nella seconda partita con l’Uruguay, insieme alla Francia il favorito nel girone, segna addirittura una doppietta. Eroe nazionale. La cavalcata magica del Senegal, dopo la qualificazione alla fase successiva, vedrà la vittoria per 2-1 con la Svezia, con Bouba ancora protagonista e tra i migliori in campo e si interromperà nei quarti di finale ai tempi supplementari con la Turchia, tra le sue lacrime incontenibili ma la certezza di aver fatto comunque qualcosa di grandioso per sé e per la sua Nazione. Ma la sua voglia di stupire, di essere un simbolo non solo sportivo, ma di rivalsa per l’Africa intera, non si placa.
L’anno successivo, con un carisma da leader nonostante abbia solo 26 anni, si trasferirà a Londra, acquistato dal Fulham.
Ci metterà poco a diventare capitano di quella squadra, dopo che i compagni lo avevano soprannominato Armadio. Qualcuno disse che non bastava, perché lui non era grande solo fisicamente. E allora per tutti diventò  “Wardrobe”, guardaroba.
Dal Fulham al Portsmouth, poi in Grecia, infine il ritorno in Inghilterra e una serie di infortuni, con le ginocchia che iniziavano a non volerlo più sostenere.
Otto anni fa, il ritiro nella sua casa di Parigi e tanti viaggi dai parenti a Dakar.
Nessun grande sogno, tutti realizzati.
Nessuna frustrazione, se non quella di non poter fare abbastanza per la comunità dei sobborghi dove era cresciuto.
Erano tanti, invisibili, pieni di sogni come lui o della speranza che lui è riuscito a dargli, quelli che lo hanno salutato per l’ultima volta ieri.
“Goodbye, Wardrobe” ha scritto sui social il Fulham.
Papa Bouba Diop, il gigante buono, se n’è andato con eleganza, come danzasse per l’ultima volta su un pallone che non sembrava fatto per lui, a soli 42 anni.
Lo ha portato via un brutto male, in un periodo in cui chi ne fa un’estrema, coraggiosa battaglia ha ancora meno possibilità di farcela.
Mi ricordo di te, non era solo solidarietà tra giganti.
Mi ricordo il tuo gol mentre il difensore francese cercava di tenerti a terra, l’esultanza, la favola africana.
Non eri un campione e forse anche per questo il tuo ricordo vale molto di più.
Pope Bouba Diop, the good giant, left with elegance, as if he was dancing for the last time on a balloon that did not seem to be made for him, at only 42 years old.
He was taken away by an ugly evil, at a time when those who make an extreme, courageous battle of it have even less chance of making it.
I remember you, it wasn't just solidarity between giants.
I remember your goal while the French defender was trying to keep you on the ground, the jubilation, the African fairy tale.
You were not a champion and maybe that is why your memory is worth much more. 

TAGS: senegal calciocalcio africastorie kenyastorie africaeroe africa

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