L'ANGOLO DI FREDDIE
14-10-2025 di Freddie del Curatolo
Ah, l’opera lirica italiana!
Quel delirio meraviglioso che comincia con un colpo di tosse in platea e finisce con un tenore svenuto dietro le quinte perché ha dato tutto — anche l’ultima sillaba.
E che anche se non è andata benissimo, finisce sempre con un applauso che non si sa mai se è per la voce o per il coraggio.
È l’orgoglio di noi italiani, il nostro delirio, la nostra nevrosi più elegante.
È come il vino rosso: anche se sei costretto a non berlo più, vuoi sapere che esiste.
Tutto comincia nel Seicento, in una Firenze che si credeva Atene.
Un gruppetto di musicisti e filosofi, gente che parlava più che suonare, si riunisce in salotto per una rivoluzione: “Facciamo parlare la musica”, dicono.
Ma non con i cori greci, continuamente, con il “belcanto”, che è solo nostro!
E nasce così Euridice, di Jacopo Peri.
Una storia d’amore, morte e ritorno dagli inferi.
Insomma, già allora l’Italia sapeva cosa vendere bene: il dramma.
Era il 1600, e noi già cantavamo invece di dire le cose chiare e tonde.
Un popolo destinato a esprimersi in modo melodrammatico anche per chiedere un caffè.
Poi arriva Claudio Monteverdi, il primo vero regista dell’anima, un direttore d’orchestra del caos emotivo.
Con L’Orfeo prende il mito e gli dà un cuore, un dolore, una tromba barocca e tanta pazienza.
È l’inizio del melodramma: la vita che si mette in scena con la voce, mentre il pubblico si domanda se può piangere o deve applaudire sorridendo.
Da lì, anche il teatro non sarà più lo stesso: si canta per dire quello che non si riesce a dire.
E noi italiani, si sa, di cose non dette, sospirate e metaforiche siamo maestri.
Nel Settecento, l’opera esplode come una pentola di fagioli con le cotiche dimenticata sul fuoco.
Venezia, Napoli, Roma: teatri ovunque, castrati ovunque, donne ancora poche.
Perfino Antonio Vivaldi, tra una stagione e l’altra, infila anche qualche opera piena di tempeste e amori infiniti.
Un’industria del dramma con l’asterisco che oggi farebbe impallidire Netflix.
Poi arriva Gioacchino.
Un ragazzo che scrive più in fretta di quanto la gente possa respirare.
Un genio col vizio dell’ironia e la passione per la cucina.
Con Il barbiere di Siviglia inventa la leggerezza, quella che ti fa ridere ma poi ti resta addosso,
come uno sguardo riconoscente ma non più innamorato dopo un addio.
Rossini era l’unico che poteva far ridere un tenore senza farlo offendere.
Scriveva arie come un pizzaiolo fa le margherite: una dopo l’altra, perfette, fragranti, e sempre con l’impressione che abbia messo un po’ di mozzarella in più.
Poi si ritira, a 37 anni.
Dice: “Basta, ho detto tutto.”
E passa il resto della vita a cucinare.
Un eroe nazionale, signori miei.
Si giunge all’Ottocento.
L’epoca in cui anche i sentimenti hanno i baffi.
S’impongono i giganti Donizetti e Bellini, due poeti del respiro, di sigaro, e della febbre, d’amore.
Le loro eroine muoiono tutte, ma sempre intonate.
Perché se devi spirare, meglio farlo con grazia e un la bemolle pulito.
Ed ecco che appare lui: Giuseppe Verdi.
Un contadino, un visionario, un patriota con la penna e la rabbia.
Verdi non scrive musica: scrive l’Italia.
Nabucco, Rigoletto, La Traviata, Aida…
Ogni volta, un colpo di teatro e di politica.
C’è dentro tutto: la fame, la speranza, la miseria, la dignità.
C’è l’odore del pane e quello della polvere da sparo.
Il coro del Nabucco, “Va’ pensiero”,
diventa l’inno di un popolo che ancora non sa di essere un popolo.
In platea non applaudono solo la musica: applaudono sé stessi.
E per un attimo, l’Italia canta all’unisono.
Poi torna a litigare, ovviamente.
Ma quell’attimo… è bellezza pura.
E c’è La Traviata, la più scandalosa di tutte.
Una "malaya" che ama, soffre e muore.
E il pubblico borghese, indignato e commosso, capisce che la verità è lì:
nella fragilità, nella voce, nel respiro spezzato.
Verdi fa piangere persino i benpensanti.
Un alito di miracolo, più che un’aria.
Ed infine…quando tutto sembra già scritto,
ecco Giacomo Puccini, il maestro delle emozioni moderne.
Con lui l’opera diventa cinema.
Non più dèi e re, ma persone vere: poeti, ragazze malate, geishe,
gente che soffre senza filosofia ma con disperazione autentica.
Mimì, Tosca, Madama Butterfly, Turandot…
Ogni personaggio è una ferita, un addio, una lettera mai spedita.
Puccini sa che l’amore non salva.
Ma lo fa cantare come se potesse farlo.
E in quella illusione… c’è tutta l’Italia.
Ci sono tenerezza e crudeltà, c’è la speranza che qualcosa cambi e la certezza che non cambierà.
Ma intanto, mentre un soprano canta “Vissi d’arte”,
noi ci ricordiamo che la bellezza è l’unica vera religione rimasta.
Il Novecento arriva e spazza via i sogni come un vento cattivo.
La gente non vuole più eroi, vuole verità.
E allora nascono il verismo e la tragedia quotidiana.
Mascagni con Cavalleria Rusticana,
Leoncavallo con Pagliacci.
Contadini gelosi, amanti traditi, sangue vero sulla scena.
È il melodramma che si fa cronaca nera.
La lirica che scende dal piedistallo e sporca la camicia di vino e rabbia.
“Ridi, Pagliaccio”…
E il pubblico ride.
Ma con una smorfia strana.
Perché capisce che la maschera è la sua.
Poi il palcoscenico della realtà cambia.
Arrivano la radio, il cinema, la televisione.
E l’opera resta lì, un po’ spaesata, come una nonna elegantemente demodè in una discoteca.
Ma non muore.
Resiste.
Ogni volta che un soprano attacca un “O mio babbino caro”, ogni volta che un tenore apre il cuore su un “Nessun dorma”, qualcosa si risveglia in noi.
Perché noi amiamo le care vecchie nonne.
Perché l’opera non è vecchia: è eterna.
È la voce che ci ricorda chi siamo stati, quando sapevamo ancora trasformare la sofferenza in bellezza, e la bellezza… in una nota che non finisce mai.
Questa è l’Italia, un Paese che continua a cantare, anche quando ha perso la voce.
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