Opinioni

PENSIERI

Safari antropologico al supermarket di Diani

Considerazioni, tra cacciatori e raccoglitori

05-02-2025 di Michele Senici

Con il lancio della consegna a domicilio al Carrefour, le mie visite di persona si sono ridotte drasticamente.
La mia pigrizia nulla può contro la praticità dell’ordine in App e della consegna gratuita in 90 minuti.
Purtroppo però, il progresso tecnologico mi ha tolto la possibilità del safari gratuito trisettimanale che il supermercato mi offriva.
Bestie da vedere? Poche se non nessuna.
Niente antilopi nel banco frigo, nessuna zebra già sfilettata e nemmeno traccia di una gazzella in umido in rosticceria.
I supermercati della costa non offrono il Game Safari tradizionale (ndt: il viaggio alla scoperta delle bestie in savana) ma piuttosto un safari antropologico comparativo, ovvero la possibilità di osservare da vicino l’interazione tra vecchi carnivori di origine caucasica e giovani esemplari nilotici o in misura minore bantu.
Per i non addetti ai lavori: giovani neri e vecchi bianchi.
Bestiale è la lingua italiana con il suo maschile universale ma in questo articolo poco importa.
I bianchi che incontri al Super - maschi o femmine che siano - sono sempre over 60, i neri sempre under 30, femmine o maschi poco importa.
Il safari antropologico inizia non appena attraversate le porte scorrevoli. Sulla sinistra un ragazzo alto, gli addominali scolpiti come una statua di Donatello, addosso niente se non un drappo di tartan e due collane di perline portate a tracolla e incrociate sullo sterno.
Un giovane Samburu, forse ancora un Moran, che come prova di forza per la sua Signora, una sui 70, sguardo offuscato dalle cataratte e capelli biondo platino, si appresta a inforcare la sua arma più potente: il carrellino verticale di plastica con 3 cestini appesi.
Non ci sono più i Samburu di una volta, quelli che non esitavano a scegliere il carrello in ferro con le ruote storte che andava dominato tra le corsie. Qualche corsia più in là, un’altra coppia guarda con preoccupazione la rampa che porta al piano di sopra.
Le foglie igieniche - ops, la carta igienica - si trova al primo piano: ce la farà lui, l’ottantenne vicentino con le gambe più sottili di quelle di un merlo e col cuore che ritma la musica trap, a raggiungere ancora vivo la vetta?
La sua donna, una studentessa universitaria di Nairobi al primo anno rimpiange il corso di informatica in università, a cui per dovere di cronaca, non si è mai iscritta per davvero.
Sciocca lei! Pensava che fuori dal villaggio avrebbe potuto smettere di caricarsi i pacchi sulla testa ma cos’altro può fare ora se ci tiene che Osvaldo arrivi almeno alla firma dell’acquisto della casa il mese prossimo?
Che se lo metta sulla testa! Noto una certa commozione attorno al reparto dei salumi.
Strano, penso, costano così tanto che non ti aspetteresti tutta questa folla.
Poi capisco. Una donna tutta d’un pezzo in abito lungo nero, un incrocio tra Anna Wintour e Alba Parietti, potrebbe essere una manager che ce l’ha fatta in un’azienda siderurgica, trascina per mano un bronzo Luo in slip bianco.
Infradito nere, mutanda aderente di qualche taglia in meno, nient’altro. Lei un passo avanti, lui uno indietro.
Lei ha lo sguardo della leonessa che ruggisce alle colleghe nel supermercato la sua supremazia, lui lo sguardo basso di chi deve mandare a casa almeno 1000 scellini per mettere sulla tavola due pesci, un pezzo d’ugali e il saldo di qualche tassa scolastica dei pargoli.
Io ho lo sguardo di chi spera che tanti miei colleghi umani imparino che le merci si comprano al supermercato e che le merci non includono in alcun modo uomini e donne poco più che bambini.
Purtroppo, tutto tratto da un safari vero.

••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

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