SALUTE
19-11-2025 di Freddie del Curatolo
La malaria, quella vecchia conoscenza dei tropici che sulla costa del Kenya rovina le notti più della musica troppo alta dei beach party, torna al centro dell’attenzione internazionale.
Non perché sia sparita, anche se i dati sono rassicuranti, ma perché il parassita sta imparando a difendersi meglio dai farmaci. Una sorta di “furbetto del pizzicorino” che muta, cambia, si adatta. E non molla.
Per chi visita il Kenya, niente panico: il Paese resta uno dei luoghi meglio attrezzati del continente per prevenzione e cura e la sua urbanizzazione già da sé sostituisce l’anofele con l’inquinamento. Però capire cosa sta succedendo aiuta a muoversi con maggiore consapevolezza tra savana, spiagge e safari.
Il nuovo farmaco svizzero che promette bene
La Novartis ha presentato GanLum, un trattamento definito “di nuova generazione”, testato in 12 Paesi africani — Kenya incluso.
Risultato: oltre il 97% di guarigioni, più dell’attuale terapia standard.
Non è ancora in commercio e arriverà tra almeno un anno. Ma ci si sta lavorando.
Gli effetti collaterali (febbre, anemia, un po’ di nausea) sono simili ai farmaci già usati, ma la promessa è grande: funziona anche contro il parassita mutato, quello che comincia poco a poco a fregarsene degli artemisinici.
La cura monodose: un sogno per medici e pazienti
Un altro studio, condotto in Gabon, ha sperimentato una pillola “tutto in uno”: quattro farmaci in un’unica dose.
Risultato: 93% di guarigioni, contro il 90% della terapia di tre giorni.
Perché è importante?
Perché molti pazienti, appena si sentono meglio, smettono di prendere le medicine. E così il parassita impara a resistere. Una sorta di scuola di sopravvivenza involontaria.
Una cura monodose eliminerebbe il problema.
Il rischio, però, è che alcuni dei farmaci della combinazione mostrino già segni di resistenza. Insomma: ottima notizia, soluzione forse temporanea.
E i famosi turisti che “esisto solo io”, si ricordino che queste cure non vengono fatte a vantaggio delle poche migliaia di “albertisordi” che salgono su un volo charter diretti a Watamu e Zanzibar, ma per i milioni di bambini, donne in cinta e adulti debilitati che ogni anno rischiano di morire e ancora (sempre meno per fortuna) muoiono.
Perché tutto questo interessa i turisti
Chi deve partire per il Kenya spesso si chiede: “E adesso che faccio, profilassi o non profilassi?”
La risposta per noi è sempre monocorde: quella ormai non è superata, è un fantasma di un passato in cui la medicina non dava nessuna alternativa. Era un “mal comune mezzo gaudio” ed ora è rimasta un “mal di fegato” evitabilissimo.
Resta il fatto che in Kenya le cure funzionano, il Coartem che si trova a basso prezzo nelle farmacie continua a fare il suo, il kit con il vetrino per provare la malaria con la comparsa della prima febbre è facile e disponibile, gli ospedali (anche i più scrausi) sanno cosa fare, la malaria viene confinata sempre più nelle aree rurali. Soprattutto, la prevenzione resta fondamentale: repellenti di nuova generazione, zanzariere ai letti, abiti lunghi la sera, gin and tonic… le solite cose che funzionano da sempre.
La ricerca nel frattempo va avanti, mentre i finanziamenti, purtroppo, calano.
Come ha detto un esperto dell’OMS: “Stiamo diventando ciechi mentre la battaglia continua alla luce del sole”. Non una frase che si vorrebbe sentire, ma un motivo in più per viaggiare informati e sperare nel nuovo superfarmaco.
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