Editoriali

EDITORIALE

Esilio termico: italiani in Kenya in fuga dal termosifone

Bollette a zero e miraggi africani per vivere meglio

14-10-2025 di Freddie del Curatolo

Ogni anno, di questi tempi, quando i primi freddi iniziano ad attanagliare l’Italia, buona parte della popolazione pensa ad un inverno ancora più duro, alla crisi dell’economia che si palesa nelle vetrine dei negozi che non espongono più i saldi, ma sembrano scenografie di un film sul dopoguerra. Pensieri cupi e strozzati come sciarpe attorno al collo vanno alle bollette sempre più grasse e ai conti sempre più magri, e ai buoni propositi evaporati con il caldo dell’ultimo spritz bevuto al sole di settembre.
Si risveglia così l’antico malumore nazionale legato alla temperatura, ai rischi di nuovi virus influenzali e ai costi del metano, con l’impressione che l’inverno non sia solo una stagione, ma una condanna collettiva.
Le incognite restringono il raggio di visioni illuminanti e non hanno il conforto dell’ora legale per avere un po’ di luce in più.

Puntuale come la nebbia a Milano e a volte in anticipo come il panettone al supermercato e le luminarie di Natale nelle cittadine anodine, in Italia arriva la stagione dei brividi, quelli che scorrono lungo la schiena quando si pensa al riscaldamento (no, non quello globale, che non fa sconti a nessuno).
Ecco allora riapparire, puntuali come le rondini al contrario, gli italiani dell’esilio termico.
Pensionati, smartworker, liberi professionisti, perfino giovani precari con più sogni che biglietti di ritorno. Neofiti o fuggiaschi seriali: tutti attratti da un pensiero semplice, banale, ineccepibile ma non per tutti come il rifiuto della guerra: “se fa caldo, si spende meno”.
Alla fine, la fuga dall’inverno italiano è più una questione di filosofia che di geografia.
Ci si illude di cambiare latitudine per cambiare vita, ma spesso si portano dietro gli stessi pensieri, solo con meno vestiti.
E in questa geografia del conforto, la costa del Kenya brilla come un miraggio affidabile.
È così che si risveglia il desiderio d’Africa.
Ma non quella da safari o documentario, bensì quella più concreta e meno patinata: quella dove puoi scappare dal gelo, dal commercialista e magari anche dal telegiornale e dalla furia dei social (selfie in spiaggia per far crepare d’invidia gli incastrati nel Belpaese, a parte).
Il Kenya, in particolare la costa, è da tempo la meta preferita dei fuggitivi del termosifone.
In effetti, qui il riscaldamento non serve nemmeno per l’acqua della doccia, e la bolletta del gas si sostituisce con quella del frigorifero per avere la birra sempre pronta. Altro che avventure in mezzo a leoni ed elefanti: appartamentino e ciabatte, con le scorte di spaghetti avvolti in ogni lembo di capo d'abbigliamento nelle valige ed insaccati sottovuoto nei doppifondi.
La legge keniana sull’immigrazione, per ora, è gentile con chi arriva per turismo e non pretende tributi esagerati. Con cinquanta euro di visto online ti garantisci novanta giorni di estate assicurata, più altri novanta se decidi che la malinconia di fine febbraio può aspettare. Niente tasse sugli affitti (che comunque è meglio formalizzare con un contratto, ché la sabbia delle spiagge è bellissima, ma non è comoda come un letto con zanzariera), e un sistema che permette di vivere decentemente se non si pretende troppo.

Molti italiani, presi dalla voglia di “staccare”, affittano case “a scatola chiusa” come se bastasse la vista sull’oceano per cancellare ogni pericolo. Poi però scoprono che i sogni, anche qui, hanno un prezzo, e che può capitare di ritrovarsi con la valigia sul marciapiede e il proprietario sparito come la promessa di una pensione dignitosa.

Malindi e Watamu restano le più amate: un pezzo d’Italia ai tropici, con la pizza che sa di mare e il kiswahili che ogni tanto si piega al “ciao bello”. Ma l’illusione di sentirsi subito a casa è proprio quella: un’illusione.
Perché il Kenya è un paese gentile ma non ingenuo, solare ma non sempre trasparente, e credere di aver capito tutto dopo tre aperitivi e due contratti d’affitto è il modo più rapido per scoprire che la vita qui ha le sue regole – e non sono quelle di Rimini.

Chi vive da tempo su questa costa lo sa: il sole non basta a illuminare le ingenuità. Bisogna capire la lingua (l’inglese, non solo il sorriso), rispettare le usanze, e ricordarsi che la leggerezza va bene, ma solo se non pesa sul portafoglio. Il Kenya non è la soluzione ai mali d’Italia, ma una tregua concessa ai suoi abitanti più stanchi. Una parentesi di luce nel romanzo di un popolo che, da sempre, sogna il caldo come un diritto e scopre, puntualmente, che anche il paradiso – quando lo trovi – ha la sabbia nei sandali.

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