Opinioni

MUSICA ITALIA-KENYA

Dieci anni di 'Esilio Volontario', un disco sempre Valido

La visionaria eredità musicale di Freddie del Curatolo

25-05-2026 di Beppe Ardito

Alcuni dischi non invecchiano. Restano lì, come bottiglie lasciate in mare da qualcuno che aveva capito prima degli altri che sarebbero arrivate altre tempeste.
Il 25 maggio 2026, Alfredo “Freddie” Del Curatolo pubblicava “Esilio Volontario”. Un album  che appartiene a quella categoria rara di album che sembrano scritti fuori dal tempo e invece, col passare degli anni, diventano sempre più contemporanei.

Dieci anni dopo la sua uscita, il secondo lavoro musicale del giornalista, scrittore e performer milanese trapiantato in Kenya continua a suonare come una confessione collettiva. Un disco nato lontano dall’Italia ma ossessionato dall’Italia, registrato in Liguria insieme al songwriter apuano Stefano Barotti e costruito tra il rosso della terra africana e le malinconie del Mediterraneo.
Si tratta probabilmente del primo album italiano, scritto in italiano, concepito interamente in Africa. E non è un dettaglio folkloristico: è la sua chiave di lettura.

Perché “Esilio Volontario” non parla dell’Africa come evasione esotica. Non ci sono tramonti da catalogo turistico, né safari dell’anima per occidentali stanchi. Il Kenya che attraversa queste canzoni è quello degli anziani Mijikenda assassinati per un pezzo di terra, delle camminate della pace nel bush, delle tradizioni orali che scompaiono nel silenzio generale. È un’Africa concreta, spirituale e crudele, che costringe a guardare meglio anche l’Europa.

Non a caso il disco si apre con una preghiera affidata alla voce di Mzee Katana Kalulu, uno degli ultimi grandi saggi dell’etnia Mijikenda, amico e maestro dello stesso Freddie.
Una voce antica, fragile e autorevole che oggi suona ancora più spettrale sapendo quale destino lo attendeva: assassinato a 94 anni da sicari mandati da familiari interessati ai suoi terreni. Sembra l’inizio di un romanzo di García Márquez in salsa africana, invece è cronaca keniana. E dentro quella preghiera iniziale c’è già tutto il disco: la perdita, l’esilio, la memoria, la lotta disperata contro la cancellazione dell’umano.

Musicalmente, “Esilio Volontario” sfugge alle etichette con elegante ostinazione. C’è teatro-canzone, folk d’autore, jazz, world music, canzone narrativa italiana. Ci sono echi evidenti di Giorgio Gaber — soprattutto nella lucidità amara con cui vengono osservate le nevrosi contemporanee — ma anche la leggerezza tragica di Rino Gaetano, capace di infilare il coltello sorridendo. Del Curatolo non canta mai per esibizione vocale: interpreta, racconta, quasi recita. E intorno a lui Stefano Barotti costruisce arrangiamenti ricchi ma mai invadenti, cuciti addosso ai testi come abiti consumati dal viaggio.

Basta ascoltare “La pianura di Cortina”, con quel ritornello apparentemente surreale — “La terra trema, la terra trema ma non c’è nessun problema” — per avere la sensazione inquietante di trovarsi davanti a una profezia civile. Oppure “Venezuela”, forse il vertice emotivo dell’album, impreziosita dalla chitarra di Armando Corsi e dai fiati di Mario Arcari, dove il crollo materiale delle case diventa metafora perfetta di un’epoca anestetizzata: “Crolla il palazzo di sabbia montata… ma ho l’iPhone in mano”. Scritta anni prima delle grandi crisi contemporanee, sembra parlare dell’Occidente di oggi con precisione chirurgica.

Eppure sarebbe riduttivo leggere questo lavoro soltanto come disco politico o sociale. “Esilio Volontario” è soprattutto un album sentimentale nel senso più nobile del termine: attraversato continuamente dalla ricerca di un equilibrio interiore, di un “Equatore” personale. Un luogo dell’anima in cui il rumore del mondo si abbassa abbastanza da permettere agli esseri umani di riconoscersi ancora.

Le canzoni migliori respirano proprio lì, in quella tensione continua tra disincanto e bisogno di bellezza. “Perché è solo di sete d’amore, di bellezza e conoscenza. È di felicità che si deve morire”, canta Del Curatolo in “Taireni”. E forse tutta la poetica dell’album sta in quella frase: la felicità non come appagamento, ma come fame eterna, come ricerca ostinata di senso dentro un tempo che sembra aver smesso di cercarlo.

Anche per questo il disco conserva oggi una forza particolare. In un panorama musicale spesso costruito per consumarsi in pochi mesi, “Esilio Volontario” ha scelto inconsapevolmente la strada opposta: quella delle opere imperfette ma necessarie, che magari passano inosservate quando escono, ma continuano a sedimentare lentamente nelle persone che le incontrano.

Riascoltarlo dieci anni dopo significa accorgersi che molte delle domande poste da Freddie Del Curatolo allora sono ancora qui, irrisolte. Forse persino peggiorate. La differenza è che oggi abbiamo meno innocenza e più distrazioni. Ma quelle canzoni, nate tra Malindi, la Liguria e le ferite dell’Africa orientale, continuano a ricordare che esiste ancora un modo umano di guardare il mondo: con ironia, compassione, rabbia e meraviglia insieme.
E forse è proprio questo il senso più profondo dell’esilio volontario: allontanarsi abbastanza da un luogo per riuscire finalmente a vederlo davvero. Una disciplina, che come questo album, ha bisogno di tempo, ma poi lo precede. Un disco, che come recita il titolo uno dei brani più veri e trascinanti, è sempre "Valido".

 

 

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