Editoriali

EDITORIALE

Quanto mancheranno al Kenya i "repeaters" italiani?

Ecco le categorie più colpite dall'assenza di turisti abituali

30-10-2020 di Freddie del Curatolo

Il Kenya, ed in particolare la sua costa, da anni come fenomeno abbinato al turismo, ogni anno ha quello dell’arrivo dei “repeaters”.
Sono quelle creature metà turista e metà pendolare che hanno instaurato con questi luoghi un legame fisso e duraturo.
Lo hanno fatto sia frequentandolo fin dagli anni Novanta, quando oltre ai pacchetti vacanze venne creato il cosiddetto “turismo residenziale”, sia acquistando ville o appartamenti a prezzi solitamente convenienti, ma il cui risparmio a volte era compensato da spese di gestione e manutenzione.
Ma anche in tempi più recenti, approcciandosi a Malindi e Watamu come realtà “italiane” ormai consolidate, con tutti i comfort di una Rapallo o Gabicce d’Africa ma anche “marchi di fabbrica” equatoriali a cui si sono dovuti abituare.
Mentre i primi, infatti, arrivavano sulle rive dell’Oceano Indiano trasportati dal sogno africano e dal senso di avventura, ovvero dall’aria ancora post-coloniale e dalla Natura incontaminata, gli ultimi difficilmente si sarebbero adattati in un luogo senza prodotti alimentari di casa nostra o dove attendi un’ora buona per essere servito al ristorante.
Fatto sta che, fino all’anno passato, più o meno da novembre a marzo, queste due tipologie di “repeaters” (che significa appunto, “colui che ritorna nello stesso luogo”, ma a cui potrebbe star bene anche l’appellativo “ripetente”, dato che spesso poco impara dal posto in cui soggiorna) si sono mescolate e hanno convissuto in armonia, grazie agli influssi benefici di questa Terra.
La Pandemia, dopo averci privato dei vacanzieri “mordi e fuggi” portati dai charter e dai tour operator, sta limitando anche il ritorno di connazionali che ormai erano habitué del Kenya, volti familiari per parecchi mesi.
E’ un bene o un male non avere i “repeaters” e soprattutto, a chi mancheranno particolarmente?
Detto che la loro incidenza sull’economia turistica generale del Paese è davvero minima, sicuramente a Malindi e Watamu la loro presenza (stimata in due o tremila persone all’anno) toglierà qualche guadagno ad alcune categorie.
Innanzitutto i bar.
I repeaters sono grandi bevitori di caffé e discreti chiacchieroni, in più sono decisamente abitudinari. Ecco che la loro presenza quotidiana nei locali che servono un buon espresso e magari hanno un cornetto decente, si farà sentire. Sono quei 200 scellini al giorno che, moltiplicati per qualche centinaio di clienti divisi per sette-otto bar tra i più frequentati, sulla lunga distanza si fanno sentire.
Anche i ristoranti italiani avranno un leggero danno economico, ma secondo noi potranno approfittarne per aumentare la loro autostima. I “repeaters” sono persone molto esigenti che se spesso in Italia non si fanno problemi a pagare un “Camogli” all’autogrill 6 euro e 50, in una pizzeria di Malindi sono capaci di fare scene turche per i 500 scellini di un’ottima Capricciosa.
Ma non solo, a loro deve essere destinato il tavolo migliore, devono poter scegliere il cameriere che li servirà, la velocità del ventilatore e il loro vino in bottiglia spesso saprà di tappo e dovrà essere cambiato, soprattutto quelli con il tappo a vite.
Scherzi a parte, una clientela che per sei mesi almeno due volte a settimana esce fuori a mangiare è sempre un buon introito e va naturalmente coccolata, in ogni angolo del mondo (tranne che in Liguria...).
Più di tutti ne sentiranno la mancanza i supermercati locali, quelli indiani e arabi soprattutto. Perché allo spaghetto si può rinunciare in forza del riso basmati locale, al vino si può anteporre la Tusker, ma la foglia di palma o la prima pagina del Daily Nation non potrà compensare la carta igienica e l’acqua del mare non sarà mai un buon detersivo per i piatti.
A livello di economia “informale” i repeaters mancheranno ai tuk-tuk e ai bajaj, che con loro prendevano il doppio di un passeggero locale sulle corse, agli houseboy e cuochi occasionali, ai portatori di borse pesanti, ai traduttori dal swahili all’italiano maccheronico, ai questuanti che alla fine sessanta scellini al giorno, da uno o dall’altro per il quieto vivere li prendevano, oltre ovviamente alle studentesse o ai “personal trainer”.
Mancheranno alle zanzare, al cloro delle piscine, ai corvi sulle palme, ai riparatori di qualsiasi cosa pronta a rompersi di nuovo a breve.
Mancherà soprattutto a loro, la loro Africa.

TAGS: italiani kenyaturismo kenyarepeaters kenya

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