Editoriali

EDITORIALE

Il re della savana non si diverte, storia di un mito che ruggisce meno

Il tramonto di un orgoglio africano, tra conflitti, polvere e potere

13-11-2025 di Freddie del Curatolo

C’è chi lo chiama “il re della savana”, ma a vederlo oggi — tra i cespugli radi di Tsavo o sotto l’acacia spelacchiata di Amboseli — più che un sovrano sembra un ex monarca in esilio, con la criniera che sa di gloria passata e un’aria da filosofo affamato.
Il suo nome, leone, evoca epopee di tamburi e sangue, di imperi animali e tramonti in technicolor. Ma la verità, quella che si misura con i numeri e con la polvere, è molto meno romantica: nel 1990 erano centomila, nel 2006 tra sedici e trentamila. Oggi — ma nessuno osa dirlo troppo forte — ancora meno. Ogni ruggito è un censimento al ribasso.

Gli allevatori africani, che di romanticismo non campano, lo considerano un concorrente sleale: mangia più mucche di quante ne possa permettere un’economia di sussistenza. Così, per difendere le proprie, ammazzano i figli di qualcun altro. È una giustizia primordiale, quella della savana, dove i fucili moderni servono a regolare conti antichi.

Il maschio, con quella criniera che pare una corona di spine regali, non ha bisogno di presentazioni. È il volto del coraggio nei documentari e il simbolo dell’Africa su ogni maglietta da turista. Ma dietro l’icona c’è una biografia complessa: lotta, domina, ama e poi viene detronizzato. All’apice, verso i sette anni, è re assoluto. A dieci, comincia il declino: arriva un giovane più forte, o un gruppo di aspiranti con le zanne affilate e la fretta di nascere di nuovo. Da quel momento, la caduta è rapida. Pochi leoni maschi arrivano ai quindici anni. Alcuni muoiono in silenzio, come poeti di un’epoca in via d’estinzione.

Le femmine, come sempre, tengono in piedi il regno. Cacciano otto volte su dieci, allevano i cuccioli di tutte, sopravvivono alla prepotenza del maschio dominante e all’indifferenza della Natura. Se un nuovo sovrano prende il potere, i cuccioli del precedente vengono uccisi — a volte divorati — per accelerare l’estro e garantire che la discendenza sia sempre del più forte. È un darwinismo crudo e necessario, una legge non scritta che fa del ruggito un inno alla sopravvivenza.

Durante il giorno il leone dorme, sfinito dall’esistenza o semplicemente dalla digestione: fino a 35 chili di carne in un’unica volta, per poi restare immobile due giorni interi. Ma quando si alza il vento della sera, la savana trema. Il suo ruggito — vibrante, cavernoso, perfettamente inutile — percorre chilometri di erba secca. Non serve a spaventare, ma a ricordare: “Io sono ancora qui.” È il più bel suono del continente, e anche il più spaventoso.

I cuccioli giocano con la coda degli adulti, imparano a uccidere tra una carezza e una zampata, senza sapere ancora che quel mondo è regolato da una crudeltà ordinaria. I maschi giovani, a due anni, vengono cacciati dal branco: vanno via come adolescenti ribelli, in piccoli gruppi erranti, finché qualcuno non cadrà e qualcun altro diventerà re.

Matriarcale ma obbediente al maschio di turno, la società leonina è un paradosso ben africano: un’armonia instabile, fatta di cooperazione e violenza, di gioco e tragedia. Gli orfani vengono allevati dal gruppo, come in un villaggio. Nessuno cresce davvero solo, ma nessuno è mai completamente al sicuro.

I fossili raccontano che il leone c’era già 3,5 milioni di anni fa, e che un tempo ruggiva anche in Grecia, in Europa, perfino nelle Americhe. Poi è rimasto qui, nel cuore d’Africa, come un vecchio custode dimenticato. Gli ultimi esemplari del Nordafrica furono sterminati nell’Ottocento, insieme ai sogni coloniali e agli ultimi poeti del deserto.

Oggi, tra le Jeep dei safari e i telefoni dei turisti, il leone continua la sua lenta marcia verso l’oblio, ma con dignità. Sdraiato sotto un cielo troppo grande, guarda l’orizzonte come se sapesse che la sua leggenda resisterà più di lui.

E così, mentre il mondo conta le sue ultime criniere, il re della savana continua a dormire, ignaro dei grafici e delle statistiche. Perché forse — come tutti i veri re — è già diventato un mito, e i miti, si sa, non muoiono: semplicemente smettono di farsi vedere.

TAGS: leonesavanaTsavo

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