EDITORIALE
04-03-2026 di Freddie del Curatolo
Oggi le guerre hanno bisogno di droni, più che di fucili, e di porti, più che di trincee.
E anche in Africa, non si sentono i tamburi, ma si muovono le navi.
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è solo una questione di missili e rappresaglie: è una questione di rotte. Di mare. Di strettoie dove passano petrolio, grano e ambizioni.
Nel frattempo, quasi sottovoce, Israele ha riconosciuto il Somaliland, promettendo cooperazione e – secondo indiscrezioni – una possibile presenza militare a Berbera. Un porto che guarda il Golfo di Aden come un balcone affacciato sulla storia. Nulla di simbolico: tutto tremendamente concreto.
Il presidente di Gibuti, Guelleh, ha parlato di minaccia alla stabilità regionale. Gli Emirati Arabi Uniti, già presenti con investimenti portuali, vengono indicati come registi silenziosi dell’operazione. L’Arabia Saudita osserva e pesa, mentre ciascuno cerca di mettere una bandierina sul mare più trafficato del pianeta.
Perché il Mar Rosso non è solo una distesa d’acqua: è un corridoio vitale. È il collo di bottiglia tra Mediterraneo e Oceano Indiano. È la scorciatoia del mondo.
E quando una scorciatoia si militarizza, qualcuno paga.
Quel qualcuno, molto spesso, è il Kenya.
Non perché Nairobi sia nel mirino diretto. Non perché Mombasa sia una base navale contesa. Ma perché l’economia keniana respira attraverso il mare. Il porto di Mombasa è il cuore commerciale dell’Africa orientale. Da lì passa il carburante che alimenta le pompe di Nakuru, il grano che diventa chapati a Nairobi, i fertilizzanti che tengono in piedi le campagne. Da lì transitano le esportazioni di tè e fiori, che devono arrivare in Europa puntuali come un orologio svizzero.
Ogni tensione nel Mar Rosso è una tassa invisibile sul Kenya.
Aumentano i premi assicurativi delle navi.
Si allungano le rotte.
Crescono i costi del carburante.
Sale l’inflazione.
Non servono bombe su Mombasa o Lamu per destabilizzare l’economia: basta che le compagnie marittime percepiscano il rischio.
Il commercio internazionale è vigliacco per natura. Scappa prima che la tempesta arrivi.
E poi c’è la concorrenza silenziosa. Berbera, con capitali emiratini e un eventuale ombrello israeliano, potrebbe rafforzare il corridoio verso l’Etiopia. Non oggi, forse. Ma domani. E ogni container che sceglie un’altra banchina è una piccola erosione del primato keniano.
Il Kenya ha costruito la sua reputazione su una promessa semplice: stabilità. Una piattaforma sicura in un quartiere agitato. Ma se il quartiere intero si trasforma in un campo di rivalità permanente tra Israele e Iran, tra Emirati e Arabia Saudita, tra potenze globali in cerca di approdi, la stabilità diventa relativa. E la percezione, nei mercati, conta quanto la realtà.
C’è anche un paradosso. Il Kenya potrebbe diventare, proprio per questo, un approdo più prezioso: un partner moderato, un mediatore, un hub logistico meno esposto rispetto a Gibuti o Somaliland. Potrebbe attrarre investimenti di bilanciamento, rafforzare il corridoio LAPSSET, giocare la carta della diplomazia pragmatica.
Ma è una partita sottile. E costosa.
Nel Corno d’Africa le alleanze cambiano come le maree. I porti diventano pedine. Le basi militari promettono sicurezza e generano sospetto. Il Mar Rosso si riempie di navi da guerra e le economie costiere trattengono il fiato.
Il Kenya, in fondo, non combatte per il controllo del mare. Combatte per la prevedibilità. Per la normalità delle rotte. Per il diritto di commerciare senza pagare il prezzo delle ambizioni altrui.
E in un’epoca in cui ogni stretto è una miccia, la vera domanda non è chi controllerà il Mar Rosso.
La vera domanda è quanto costerà, al Kenya, non controllarlo.
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