Editoriali

EDITORIALE

Schiavitù e conti aperti: il passato in Africa che nessuno vuole pagare

L'ONU la condanna come crimine, cambierà qualcosa?

29-03-2026 di Freddie del Curatolo

Per tre secoli hanno caricato uomini, donne e bambini come merci. Oggi carichiamo parole: “memoria”, “giustizia”, “riparazione”. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota, approva, riconosce. Ma la storia, si sa, è una cattiva creditrice: presenta il conto quando i debitori sono cambiati e i beneficiari non si trovano più così facilmente.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi “il più grave crimine contro l’umanità”. Una frase enorme, pesante, definitiva. Una frase che arriva dopo secoli di silenzi, giustificazioni, manuali di storia scritti con l’inchiostro giusto per non sporcare troppo le coscienze.

E allora viene spontaneo chiedersi: è giustizia o è memoria ben educata?
Perché mentre il Segretario Generale ricorda che la ricchezza di molte nazioni occidentali è stata costruita su “vite rubate e lavoro rubato”, il mondo annuisce. Ma annuire è la forma più economica di partecipazione. Non richiede trasferimenti bancari, né restituzioni, né tantomeno cambiamenti strutturali.

E infatti la risoluzione non è vincolante. Non obbliga nessuno a pagare, a scusarsi davvero, a restituire qualcosa che somigli anche lontanamente a ciò che è stato tolto.
È un atto politico, dicono gli analisti. Un segnale. Una base per il futuro.
Parole che, tradotte dal linguaggio diplomatico, suonano più o meno così: ne riparleremo.

Nel frattempo, però, la storia resta lì, con i suoi numeri che non sono numeri ma fantasmi: tra i 12 e i 15 milioni di africani deportati, due milioni morti durante il viaggio, intere economie costruite su corpi trasformati in strumenti.
E soprattutto, una conseguenza che non è mai finita.
Perché il punto non è il passato. È il presente che gli somiglia troppo.

Le disuguaglianze, il razzismo, le economie sbilanciate: tutto questo non è un incidente della modernità, ma una continuità. Solo che oggi non si chiama più schiavitù. Si chiama sistema.
E allora arrivano le riparazioni. O meglio, l’idea delle riparazioni. Che è già abbastanza per dividere il mondo tra chi dice “è giusto” e chi risponde “è impossibile”.

Impossibile perché? Perché è passato troppo tempo. Perché non si sa chi dovrebbe pagare. Perché non si sa chi dovrebbe ricevere. Perché, soprattutto, costerebbe troppo.
E qui la storia diventa quasi ironica, nel senso più africano del termine: quello che fa sorridere mentre stringe lo stomaco.
Perché quando la schiavitù fu abolita, in molti casi furono i proprietari di schiavi a essere risarciti, non gli schiavi. Il Regno Unito, per esempio, pagò l’equivalente di miliardi di oggi a chi “perdeva” la proprietà umana.

Oggi invece il problema è che pagare i discendenti di chi quella proprietà l’ha subita sarebbe troppo complicato.
Troppo complicato, troppo costoso, troppo tardi.
Sempre troppo qualcosa, quando si tratta di giustizia.

E così si resta sospesi in questo spazio curioso, dove tutti riconoscono il crimine ma nessuno è davvero colpevole. Dove la memoria è condivisa ma la responsabilità è sempre di qualcun altro. Dove le scuse si trasformano in “rammarico”, perché chiedere scusa davvero potrebbe avere un prezzo.

E allora no, non è ancora il tempo delle riparazioni. È il tempo delle dichiarazioni.
Che non sono inutili, sia chiaro. Dare un nome alle cose è sempre il primo passo. Ma è anche il più facile.
Il problema è il secondo passo. Quello in cui le parole diventano conseguenze.
E lì, come sempre, il mondo rallenta.
Un po’ come succede qui in Kenya come in questo periodo quando manca la benzina: tutti sanno che il problema esiste, tutti lo vedono, tutti lo sentono. Ma finché resta una fila al distributore, si può sopportare. Quando diventa il momento di cambiare davvero qualcosa, invece, improvvisamente non è più il momento giusto.
E così la storia resta parcheggiata. Con il motore acceso. E il serbatoio della coscienza, quello sì, sempre mezzo vuoto.

TAGS: schiavismoschiavitùcolonialismo

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