Editoriali

EDITORIALE

La Banca Mondiale e il Kenya che fa finta di crescere

Contingenze ed effetti del neocolonialismo economico

11-07-2026 di Freddie del Curatolo

Non arrivano con le cannoniere, non issano bandiere straniere e non occupano territori. Si presentano con tabelle Excel, grafici e prestiti miliardari. Il colonialismo del XXI secolo non parla più la lingua dei governatori imperiali, ma quella degli economisti.
Prima finanziano il futuro. Poi certificano che quel futuro è diventato più povero. È il paradosso della Banca Mondiale: accompagna i Paesi in via di sviluppo con prestiti e riforme, ma quando l'economia rallenta è spesso la stessa istituzione a presentare il conto, ricordando che i debiti restano e che qualcuno dovrà pagarli.
La Banca Mondiale non è uno Stato. Non ha un esercito, non conquista territori, non impone governatori coloniali. Eppure, in molti Paesi africani, esercita un'influenza che ricorda quella delle vecchie potenze imperiali, con strumenti diversi ma risultati talvolta simili.

Il copione è noto. Un Paese promettente riceve finanziamenti per infrastrutture, riforme, modernizzazione. I governi, spesso bisognosi di liquidità e desiderosi di mostrare risultati immediati, accettano prestiti consistenti. Si costruiscono strade, dighe, reti elettriche, scuole, ospedali. Tutto sembra procedere nella direzione dello sviluppo.

Poi si fa largo la realtà.
L'economia globale rallenta, una guerra fa impennare il prezzo del petrolio, una siccità colpisce l'agricoltura, una crisi politica allontana gli investitori. Eventi che, soprattutto nei Paesi emergenti, sono quasi fisiologici. A quel punto la stessa istituzione che aveva sostenuto la stagione dell'ottimismo abbassa le previsioni di crescita e avverte che milioni di persone rischiano di cadere in povertà. È quanto sta accadendo oggi anche in Kenya, dove la crescita economica è stata rivista al ribasso, le stime di crescita passano dal 4.9% al 4,3%  e la Banca Mondiale stima che fino a 2,4 milioni di persone potrebbero scivolare sotto la soglia internazionale della povertà. Perchè un'altra peculiarità delle banche, è che si ricordano dei poveri solo quando sono cazzi amari (scusate il francesismo, ma quando ce vo'...)

Naturalmente non sarebbe corretto attribuire alla Banca Mondiale la responsabilità delle guerre in Medio Oriente, dell'aumento del prezzo del greggio o delle debolezze strutturali dell'economia keniana. Sarebbe una semplificazione ingiusta. Ma è legittimo chiedersi se il modello stesso del debito come motore dello sviluppo non finisca troppo spesso per trasferire il rischio economico sulle fasce più deboli della popolazione.
I prestiti devono essere restituiti. Con gli interessi. Se la crescita rallenta, il servizio del debito diventa più pesante. E quando un governo è costretto a scegliere tra pagare i creditori internazionali e finanziare sanità, istruzione o sussidi alimentari, raramente sono i creditori a fare sacrifici.

Per questo la Banca Mondiale rappresenta, agli occhi di molti africani, e si è visto anche negli slogan delle recenti proteste, e negli editti social della Gen Z, una forma di colonialismo senza eserciti. Un colonialismo che non impone la propria volontà con la forza delle armi, ma con quella dei bilanci, dei rating, delle condizioni per ottenere nuovi finanziamenti. Non occupa territori, ma influenza politiche economiche, priorità di spesa e margini di autonomia dei governi.
Il Kenya continua ad avere enormi potenzialità: una popolazione giovane, un settore tecnologico vivace, un'agricoltura resiliente, un turismo che sa reinventarsi. Ma nessuna previsione economica dovrebbe far dimenticare una domanda fondamentale: lo sviluppo si misura dalla tranquillità dei mercati finanziari o dalla qualità della vita delle persone?
Perché, alla fine, i grafici possono anche tornare. Ma se a pagare gli interessi sono sempre gli ultimi, il conto dello sviluppo rischia di assomigliare troppo a quello di un passato che l'Africa pensava di essersi lasciata alle spalle.

TAGS: bancaneocolonialismostimecrescitaeconomica

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