EDITORIALE
02-07-2026 di Freddie del Curatolo
"L'Africa deve imparare a finanziare il proprio sviluppo con il denaro degli africani".
Se questa frase fosse stata pronunciata sessant'anni fa, nessuno avrebbe avuto dubbi su chi l'avesse detta. Avrebbero pensato a Kwame Nkrumah, il teorico dell’anti-neocolonialismo. Oppure a Julius Nyerere, il socialista illuminato da Pechino.
Oggi invece a pronunciarla è William Ruto, probabilmente il presidente africano più vicino alle cancellerie occidentali. Sic transit gloria mundi, direbbe qualcuno, ma con quale accezione? E soprattutto, dopo più di mezzo secolo, oggi potrebbe davvero funzionare?
Il panafricanismo ha sempre avuto due anime.
La prima era politica: liberare il continente dal colonialismo e trasformare gli Stati appena indipendenti in una comunità capace di parlare con una sola voce.
La seconda era economica: emanciparsi dalla dipendenza finanziaria dall'Europa e, più tardi, dagli organismi internazionali, costruendo banche, assicurazioni, fondi d'investimento e mercati africani.
Un sogno di quando si poteva sognare, ma con la speranza di poterlo fare in un letto comodo da costruirsi da soli.
Il primo grande teorico della seconda strada fu Kwame Nkrumah, il presidente del Ghana che nel 1957 guidò il primo Paese dell'Africa subsahariana all'indipendenza. Visionario, spesso accusato di autoritarismo, Nkrumah sosteneva che il colonialismo sarebbe semplicemente cambiato d'abito. Lo chiamò neocolonialismo: non più governatori con l'elmetto, ma banche, debito, multinazionali e condizionamenti economici.
Nel suo celebre libro Neo-Colonialism: The Last Stage of Imperialism, pubblicato nel 1965, spiegava che un Paese può essere formalmente indipendente ma continuare a essere governato da decisioni prese altrove, attraverso il credito, gli aiuti e il controllo delle risorse.
Pochi anni dopo, in Tanzania, Julius Nyerere percorse una strada diversa. Meno rivoluzionario sul piano internazionale, più concentrato sulla costruzione di una società africana fondata sulla solidarietà rurale. Con l'Ujamaa immaginò un socialismo africano che non fosse la copia di quello sovietico, ma una rilettura moderna della vita comunitaria tradizionale. Il suo progetto economico fallì sotto molti aspetti, ma lasciò un'eredità culturale importante: l'idea che lo sviluppo africano dovesse essere pensato dagli africani e non importato dall'esterno.
Oggi, sessant'anni dopo, quel linguaggio è tornato di moda.
Lo usa con toni molto più radicali Ibrahim Traoré, il giovane generale e leader golpista del Burkina Faso, che ha costruito gran parte del proprio consenso denunciando il neocolonialismo francese, rompendo gli storici rapporti con Parigi e cercando nuove alleanze con Russia, Turchia e altri partner non occidentali. Pochi giorni fa ha troncato definitivamente (dice lui) le relazioni diplomatiche con la Francia. Il suo è un panafricanismo combattivo, identitario, che individua nell'Occidente il principale ostacolo alla piena sovranità africana.
Ed è proprio qui, “caught in the middle” direbbero gli inglesi, che compare William Ruto.
Perché il presidente keniano dice, quasi parola per parola, ciò che avrebbe potuto dire Nkrumah: basta prestiti con condizioni politiche, basta dipendenza dai capitali stranieri, costruiamo istituzioni finanziarie africane.
Ma Ruto non ha il retroterra di Nkrumah.
E neppure la tuta mimetica di Traoré.
Anzi, probabilmente rappresenta il suo opposto.
Negli ultimi anni il Kenya è diventato il principale interlocutore occidentale nell'Africa orientale. Ruto è stato ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca, è l'unico leader africano ad aver partecipato agli ultimi vertici del G7, ha stretto rapporti privilegiati con la Francia di Emmanuel Macron, che ha scelto Nairobi per il recente Forum Africa-Francia, e continua a presentarsi come il partner più affidabile delle economie occidentali sul continente.
Sul piano diplomatico, dunque, il Kenya resta saldamente ancorato all'Occidente.
Sul piano economico, però, qualcosa sta cambiando.
Le difficoltà legate al debito pubblico, l'aumento del costo del denaro e la crescente consapevolezza che gli aiuti internazionali non possano rappresentare una strategia permanente stanno spingendo molti governi africani, anche quelli tradizionalmente più vicini all'Europa e agli Stati Uniti, a guardare con maggiore attenzione al risparmio interno, ai fondi pensione, alle banche continentali e agli strumenti finanziari africani.
Non è una rivoluzione ideologica.
È, piuttosto, un cambio di realismo.
Per questo il discorso pronunciato da Ruto non va letto come una conversione al panafricanismo radicale. Va interpretato come il segnale che persino i leader più integrati nell'ordine economico internazionale riconoscono oggi un limite strutturale: un continente di un miliardo e mezzo di abitanti non può continuare a costruire il proprio futuro aspettando che qualcun altro gli presti il denaro.
Forse è questa la vera eredità di Nkrumah.
Non tanto la contrapposizione tra Africa e Occidente.
Quanto la convinzione che la libertà politica non sia mai completa senza una sufficiente autonomia economica.
Ed è curioso che, a ricordarlo agli altri leader continentali, sia oggi proprio il presidente africano che più di ogni altro continua a dialogare con Washington, Pechino, Bruxelles, Parigi e Roma.
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