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Massimilian, lo sguardo di un regista italiano sul Kenya

Ha girato "The Lunatic Express" con l'attrice Solweig Lizlow

12-11-2021 di Freddie del Curatolo

Da pochi giorni è stato ultimato il montaggio del docufilm “The Lunatic Express” scritto e girato in Kenya dal regista italiano Massimilian Breeder, con la collaborazione dell’attrice e modella francese Solweig Lizlow.
Si tratta di un lungometraggio assolutamente originale che riesce ad essere crudo, reale e visionario al tempo stesso.
Il progetto è partito dall’idea “folle” di far costruire ad ogni persona o gruppo di persone che hanno contribuito per il film con le loro testimonianze, in ogni luogo che visitato lungo il percorso della nota ferrovia Mombasa-Nairobi (che per più di un secolo ha portato il nome del titolo del film), un pannello di un metro per un metro, con semplici listelli di legno e tavole di compensato.
Tutti i pannelli sono stati conseguentemente trasportati per chilometri a piedi, o via treno, in una singola location, ovvero nel centro di Malindi per essere montati assieme in un unico enorme cartellone su cui è stato composto un messaggio scelto all'unisono, come conclusione di una sorta di odissea che ha riunito persone di diverse idee, culture e provenienza geografica in un singolo gesto, in parte satirico, in parte coerente con un pensiero comune.
Malindikenya ha incontrato il regista e co-sceneggiatore di origine genovese, che da molti anni vive tra gli Stati Uniti ed il nostro paese, con una presenza sempre più assidua in Africa.
Massimilian, ci racconti come è nata l’idea di “The Lunatic Express”?
Premetto che il Kenya è uno dei luoghi che hanno lasciato un segno particolare nella mia vita. Lo visitai per la prima volta nel 1996, a 18 anni e “scappai” dalla vita da resort, tutta piscina e animazione, per un’escursione in motocicletta nell’Africa reale.
Da allora ho sempre sognato di tornare e dopo essermi trasferito a New York, sette anni dopo arrivò l'occasione di partecipare ad una produzione di un documentario che sarebbe stato girato nella savana del Kenya. Era un lavoro estremamente sottopagato, ma dopo quella seconda volta tornai una terza e una quarta.
Con il passare del tempo il mio legame con questa terra di emozioni e contraddizioni è cresciuto, e si è portato con se attraverso gli anni amicizie che in certo senso mi hanno adottato.
Il film quindi è nato come risposta emotiva e viscerale di chi ha visto il Kenya cambiare anno dopo anno, e di come questi cambiamenti abbiano avuto un profondo effetto sulle vite delle persone che mi sono più vicine, così come su intere comunità e culture che popolano le diverse aree geografiche del paese.
Non sei stato solo in questa avventura...
No, ho girato questo lavoro in collaborazione con Solweig Lizlow, che come me da anni ha un legame particolare con questa terra, e parte della sua famiglia ha origini keniane.
La struttura iniziale di questo progetto era quella di raccontare la storia di una famiglia di Malindi che conosciamo da molti anni e a cui entrambi siamo molto legati affettivamente.
Anche loro sono stati colpiti in modo particolare dalla successione di eventi degli ultimi cinque anni, che hanno trasformato una regione con un’economia interamente basata sul turismo in una "wasteland" di hotel abbandonati e case invase da radici e piante rampicanti, nel gesto della natura di riappropriarsi di ciò che le appartiene.
Allo stesso tempo volevamo che queste storie non si limitassero alla sola contea di Kilifi, ma che seguissero la linea immaginaria della prima ferrovia Africana, il Lunatic Express appunto, per portarci nell'entroterra, dove altre testimonianze hanno raccontato di situazioni e problematiche diverse.
Quindi la sceneggiatura si è sviluppata qui in Kenya come un “work in progress”?
Direi proprio di sì. Inizialmente l'interesse principale era di esplorare l'impatto che la politica interna ed estera, gli eventi associati a gruppi militanti Al-Shabaab e il recente ruolo della pandemia mondiale, hanno avuto sul turismo e sulla vita delle comunità costiere. Successivamente, grazie anche all’incontro con voi di Malindikenya.net, siamo venuti a conoscenza di molte altre problematiche locali, che ci hanno dato modo di approfondire dinamiche di cui eravamo completamente estranei. Grazie al vostro contributo, siamo entrati in contatto con la comunità Giriama e abbiamo approfondito il ruolo che il "land grabbing" e lo sterminio degli anziani,associato a credenze di magia nera e stregoneria, hanno sull'insostenibilità della crescita economica e sociale.
Assieme agli anziani, anche i giovani sembrano essere oppressi dall'inabilità di migliorare il loro status nel timore di diventare un facile bersaglio.
L'impressione che ho avuto è quella di una società piena di qualità invidiabili, e allo stesso tempo affetta in parte da una generale "sindrome del granchio", dove in parte l'insostenibilità di crescita diventa autoinflitta.
Avete percorso migliaia di chilometri ed incontrato tantissimi keniani, c’è una storia in particolare che vuoi raccontare?
Abbiamo avuto la fortuna di attraversare una terra così ricca di culture e usanze diverse, che ci ha portato ad avere quotidianamente incontri che hanno lasciato un segno permanente nella nostra memoria, cosi come costanti riflessioni quotidiane. La cosa più bella è che ci sarebbe l'imbarazzo della scelta di cose belle da raccontare.
Se devo proprio sceglierne una, è quella di una sera in cui un caro amico di Mtangani, Mwash Nelson, è passato a casa nostra, poco prima del coprifuoco, per portarci in moto ad una festa in un villaggio di cui non ricordo il nome, da qualche parte tra la Kibokoni Primary School e il fiume Galana.
Per la prima volta dopo due anni di lockdown, ci siamo trovati assieme a centinaia di persone, con musica alta sotto le stelle fino a tarda notte. Mi ero dimenticato di quella sensazione di libertà, di contatto con altri, della condivisione del presente, senza memorie del passato e preoccupazioni sul futuro. Li ho incontrato un ragazzo di 20 anni circa, che mi ha parlato del suo sogno di poter diventare un cantante rap/hip hop, e di quanto certi sogni sembrino impossibili in un villaggio nell'entroterra di Malindi. La settimana successiva ci siamo visti all'alba e, con tutti i suoi amici, abbiamo girato assieme il suo primo video-clip, senza budget, senza studio, solo con la straordinaria passione di tutti i suoi amici nel creare qualcosa che mostri uno spiraglio per un futuro migliore.
Nel video in fondo a questo articolo c’è qualcosa che il Kenya mi ha insegnato.
La premiere del film, prevista in Francia per il 16 novembre, è stata posticipata per le restrizioni legate (ancora, purtroppo) al Covid-19. 
Quale sarà il percorso futuro di “The Lunatic Express”?

Di sicuro parteciperemo a festival e vorremmo portare il film in Kenya per trovare il modo di proiettarlo a Malindi ed invitare tutti coloro che hanno partecipato. Abbiamo realizzato che non ci sono cinema a Malindi, ma in qualche modo ci organizzeremo per una serata di proiezione pubblica. Il film sarà successivamente distribuito gratuitamente online al fine di devolvere le donazioni direttamente a progetti come quelli dei MADCA per la tutela della cultura e delle tradizioni dei Mijikenda.

 

 

TAGS: film kenyadocumentario kenyalunatic expressregista kenyaitaliani kenya

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