ITALIANI IN KENYA
25-03-2026 di Freddie del Curatolo
In Africa le storie più serie iniziano quasi sempre per caso. Una visita al villaggio del proprio cuoco, un albero troppo grande per essere solo un albero e troppo poco per essere una scuola, una promessa detta senza sapere bene quanto costerà mantenerla. Poi passano gli anni, cambiano le stagioni e, contro ogni statistica, quella promessa resta. A Ganze, oggi, è diventata un laboratorio pieno di futuro e un nome che prova a non finire.
A Ganze, entroterra polveroso di Watamu dove il vento si diverte a spostare la povertà da una capanna all’altra, quella promessa oggi ha preso la forma di un altro edificio. Non una cattedrale nel deserto – quelle, di solito, arrivano con le ONG e se ne vanno con le rendicontazioni – ma qualcosa di più testardo, più umano: un laboratorio, un centro risorse, un piccolo tentativo di futuro.
Lo sta costruendo William Andreani, pesarese con la pelle ormai un po’ più africana che marchigiana, uno che da trent’anni torna qui non per salvarsi l’anima, ma per complicarsela. E questa volta lo fa con un peso in più, che non è solo cemento: il nome di Filippo Santori, suo nipote, che non c’è più.
E allora succede che il dolore, invece di chiudersi, si apre. E diventa una porta.
Il nuovo centro nascerà dentro la Oliviero Primary School, quella scuola che Andreani aveva già contribuito a costruire dodici anni fa con l'associazione Africa Project, quando Ganze era poco più di un punto sulla mappa affascinante, selvaggia e disastrata del Kenya, e molto meno segnalata nelle priorità di chi decide. All’epoca c’erano bambini seduti sui sassi e un albero a fare da tetto. Adesso ci saranno computer, macchinari, perfino un microscopio elettronico – oggetto quasi fantascientifico da queste parti, dove spesso anche una presa di corrente è un lusso.
Trecento studenti. Trecento possibilità di non fermarsi al bordo della strada.
Musica, chimica, fisica, informatica, falegnameria, sartoria, cucina. Un elenco che sembra un catalogo di sogni messi in fila con ordine europeo, ma che qui ha un altro suono: è il rumore di chi prova a non restare fermo. Di chi, magari, un giorno potrà scegliere.
Perché è questo il punto che sfugge a chi guarda l’Africa da lontano: non è la mancanza di talento, né di voglia. È la mancanza di alternative.
La storia, in fondo, è sempre quella. Quattordici anni fa Andreani entra nel villaggio del suo cuoco, Katana. Va a vedere la scuola dove aveva studiato: un maestro, qualche pietra, e quell’albero che in Africa fa un po’ tutto – ombra, aula, rifugio e illusione. E lì promette. Promette ai bambini e forse anche a se stesso.
In un Paese dove le promesse sono spesso una moneta svalutata, lui ha deciso di pagarle tutte, una alla volta.
Sei aule, un ambulatorio con un medico una volta a settimana. E adesso questo nuovo edificio, autorizzato dal Ministero dell’Educazione – che già di per sé è un piccolo miracolo amministrativo, quasi quanto il microscopio.
Ma la differenza, quella vera, non sta nei muri.
Sta nel fatto che qualcuno ha deciso di legare una perdita personale a un guadagno collettivo. Che un nome, invece di restare inciso su una lapide lontana, finirà pronunciato ogni giorno da bambini che forse non sapranno nemmeno chi era Filippo, ma useranno il suo nome per imparare a costruire qualcosa.
E in un posto come Ganze, dove il futuro spesso arriva in ritardo o si perde per strada, anche questo è un modo per tenerlo vivo.
Non cambierà il Kenya, ovviamente. Non basterà a sistemare un sistema educativo che arranca tra fondi mancanti e classi sovraffollate. Non fermerà la fuga dei cervelli né riempirà tutte le sedie vuote.
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