Reportage

REPORTAGE

A Matsangoni, per un lungo futuro senza catene

"Difu Simo", appunti da un tour necessario in Kenya

14-08-2020 di Freddie del Curatolo

A Matsangoni si balla, a Matsangoni si vive a lungo.
Il villaggio di Matsangoni sorge appena dopo il Mida Creek, tra laghetti salmastri che si tuffano nelle mangrovie ed infiniti palmeti.
Tante palme, tante noci di cocco.
Tante noci di cocco, tanta linfa che scorre per nutrirle.
Quella linfa lattiginosa, fermentata, è uno dei motivi principali della lentezza degli uomini dell’entroterra della costa keniana.
Del loro sorriso compiacente, ospitale, quasi remissivo.
Perfino del loro fatalismo, anche se quello lo hanno nel DNA.
Non credo sia questo il segreto della longevità della sua gente, che conosce altrettanto bene le erbe curative che crescono spontanee da queste parti.
Quella linfa, altamente alcolica, si chiama Mnazi. Chi lo chiama “vino di palma” usa sicuramente un eufemismo e se poi lo beve di conseguenza ne vedrà gli effetti.
A Matsangoni però ci deve essere qualche altro segreto del vivere, perché il mnazi se lo trincano tutti allegramente, uomini e donne, e campano cent’anni come fosse la birra delle pubblicità italiane.
L’allegra carovana dei Madca che approda a Matsangoni è ancora più allegra.
Non si può non fare un brindisi alla memoria dell’inventore del più famoso ballo popolare mijikenda, il Mwanzele. A pochi metri da dove sono state sistemati casse, mixer e microfoni, sorge il mausoleo che ricorda l’inventore di questo ballo: Mwanzele Wa Unda, vissuto cent’anni fa e da allora celebrato puntualmente ad ogni matrimonio, ad ogni funerale, ad ogni festa comandata e improvvisata.
Anche durante la campagna Difu Simo, il pomeriggio non è terminato senza il Mwanzele diretto da Mzee Bezi Wa Mboko, uno degli “elders” mijikenda che l’associazione MADCA protegge dal tentativo di assassinio da parte di giovani criminali che lo accusano di stregoneria. Come lui sono tanti gli anziani protetti dai MADCA nel villaggio di Moi, poco distante dal fiume Sabaki. Un’opera di cura e di assistenza che è come tenere in piedi l’unico grande museo, la letteratura vivente di questa tribù perché come diceva qualcuno: “Ogni volta che un vecchio africano muore, è una biblioteca che brucia”.
Un goccio di mnazi alla memoria di Mwanzele Wa Unda, un altro goccio per gli anziani che a Matsangoni sono ancora più anziani.
E i giovani?
Loro si dividono in due categorie: quelli che hanno la motocicletta e quelli che la vorrebbero.
Ma chi vuole tutto e subito da Matsangoni se n’è già andato e vive alla giornata nei sobborghi di Malindi o di Kilifi.
Il mnazi per loro non è né un rito né un motivo di relax sotto un baobab, ma diventa una frustrazione e si mescola con tante altre cattive pratiche.
Chi invece rimane a Matsangoni coltiva la terra, studia nella scuola intitolata a Ronald Ngala, uno dei pochi ministri giriama della storia del Kenya e aiuta la famiglia. 
Certo, ci sono anche gli avventori del chiosco di miraa proprio dietro al palco naturale in cui si esibiscono gli eredi di Mwanzele, che acquistano, masticano e fanno ruminare il cervello allo sfinimento.
Poi ci sono quelli un po’ in ritardo, che non hanno bisogno nemmeno del mnazi per prendersela “pole pole” e che, pur avendo istintivamente capito tutto, ovvero che non c’è niente da capire, sono messi da parte, trattati poco più che come caprette.
Il presentatore di Difu Simo, Kizibo, presenta il rap “Funga kamba yangu” (“Legato alla mia corda”) che parla proprio dei ragazzi e delle ragazze che sono rimasti nei villaggi intorno a Matsangoni e che quando danno fuori di matto per un attacco di epilessia o un incubo notturno, vengono legati come fossero animali.
Yongo invece vorrebbe vivere come gli altri, vorrebbe che nessuno si preoccupasse della sua lingua penzolante, dello strabismo, della camminata molle. E’ il primo che si presenta come volontario per montare il gazebo per il pubblico, trasportare le sedie, distribuire i volantini.
Senza bisogno del mnazi per ballare, senza bisogno di essere pagato per sognare la motocicletta.
Basta soltanto che nessuno gli leghi una catena al piede con il lucchetto.
A Matsangoni si farà più musica che psicologia, si ballerà più che confrontarsi.
Ci sono tantissimi bambini che avranno tempo per capire i testi delle propedeutiche canzoni e i discorsi “da grandi” dei medici e ricercatori della KEMRI.
Loro hanno il diritto di vivere a lungo, ma soprattutto di vivere senza catene, fisiche o mentali che siano.

TAGS: matsangonidifu simoreportage kenyamnazimwanzele

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