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L'africano espulso dai mondiali USA ancor prima di arbitrare

La colpa di Artan? Essere somalo, anche se è il migliore del continente

11-06-2026 di Freddie del Curatolo

La sua colpa? Essere somalo.
La sua maledizione? Che i mondiali di calcio si tengano negli Stati Uniti.
Sì, perché lì se sei somalo non puoi essere una brava persona.
Sicuramente hai un parente terrorista, di certo con quella lingua aggressiva, tutta urla e rotacismi, prima o poi insulti qualcuno e magari lo uccidi.
D'altronde, come ha detto tempo fa l'autoproclamato arbitro del mondo, vivi "nel buco del culo del mondo".
Così l'arbitro Omar Artan, 34 anni, eletto il migliore del continente africano, pur avendo un passaporto diplomatico e un curriculum, anche umano, di tutto rispetto, oltre che biglietto, prenotazione alberghiera e un programma finanziati dalla FIFA, è stato respinto dalle autorità americane all'ingresso nel Paese della Democrazia. "Sospetti legami col terrorismo", dice Washington, senza specificare nulla.
E ci lasciate così? Potevate almeno arrestarlo, torturarlo un pochino, costringerlo a parlare, ad ammettere che quel cugino piazza bombe a Mogadiscio e dintorni. Invece niente: sei amico dei fondamentalisti perchè di secondo nome fai Abdulkadir, come centomila altri, tra cui alcuni noti assassini: qui non entri.
Torna al tuo Paese a fare il terrorista che noi siamo già troppo occupati a portare la pace altrove. Anzi, se hai bisogno di armi, bombe, tricchetracche, ecco il nostro biglietto da visita.
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Niente. Respinto. Che poi è curioso come la globalizzazione funzioni benissimo quando si tratta di vendere hamburger, piattaforme digitali e film di supereroi, ma improvvisamente si inceppi quando un uomo nato nel posto sbagliato cerca semplicemente di attraversare una frontiera.
Artan non era in fuga dalla guerra. Non cercava asilo. Non stava tentando di entrare clandestinamente nascosto in un container. Doveva arbitrare una partita di calcio. Una di quelle partite che la FIFA ama definire "un ponte tra i popoli", "una celebrazione universale", "la lingua comune dell'umanità". Tutte frasi bellissime che finiscono però contro il muro di un ufficio immigrazione trumpiano.
E pensare che la sua storia sembrava scritta apposta per piacere agli americani. Ragazzo di Mogadiscio, costretto a smettere di giocare per un infortunio, diventato arbitro quasi per caso su un campetto di quartiere. Anni passati a fischiare partite in una capitale dove spesso era più facile sentire un'esplosione che un coro da stadio. Poi la scalata, le designazioni internazionali, la Coppa d'Africa, il riconoscimento come miglior arbitro del continente. La classica favola del merito.
Quelle che nei discorsi ufficiali fanno sempre applaudire tutti.
Solo che questa favola aveva un difetto: il protagonista non arrivava da Nairobi, Rabat o Abidjan.

E così il primo arbitro della storia della Somalia che avrebbe potuto partecipare a un Mondiale è rimasto bloccato a Istanbul, sospeso tra due continenti e tra due verità. Da una parte quella che racconta il calcio: se lavori duro puoi arrivare ovunque. Dall'altra quella che racconta la geopolitica: dipende da dove sei nato.
Le autorità americane spiegano che ogni caso viene valutato individualmente, che esistono ragioni di sicurezza nazionale e procedure rigorose. Frasi impeccabili, probabilmente vere. Ma che suonano comunque stonate quando applicate a un uomo che viaggia con accrediti FIFA, passaporto diplomatico e una carriera costruita sotto gli occhi di mezzo mondo.
Il paradosso è che Omar Artan rappresenta esattamente ciò che l'Occidente dice di voler vedere in Africa. Studio, disciplina, talento, perseveranza. Un uomo che invece di imbracciare un fucile ha scelto un fischietto.
Ma a volte l'Africa scopre che nemmeno questo basta.
Perché esistono passaporti che pesano più di altri. Esistono nazionalità che entrano da una porta automatica e altre che devono sempre giustificare la propria esistenza. Esistono persone che vengono giudicate per quello che hanno fatto e altre per quello che qualcuno, da qualche parte, potrebbe fare.
E soprattutto esistono gli arbitri del mondo. Che, come si sbeffeggiava quando c'era più libertà, anche di fare i cretini, non c'è dubbio sia cornuto.
E così il Mondiale che dovrebbe riunire il pianeta rischia di perdere uno dei suoi protagonisti più simbolici.
Non un campione miliardario. Non una celebrità.
Solo un ragazzo di Mogadiscio che aveva creduto alla favola che il calcio fosse davvero di tutti.
Forse il problema è proprio questo. In Africa certe favole continuano ancora a prenderle sul serio.

TAGS: mondialiarbitrosomaloimmigrazioneTrump

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