Opinioni

OPINIONI

La notte elettrica della costa del Kenya

Testimonianze, esperienze e soluzioni sui blackout nel Paese

17-10-2025 di Michele Senici

La notte sulla costa del Kenya sa essere silenziosa.
Sul balcone, se tira un po’ di vento, riesco a sentire la musica delle onde dell’oceano che, arrivando da chissà dove, vanno a sbattere sulla barriera corallina, al largo.
Qualche bushbaby bisticcia e piange nella terra incolta del vicino, che assomiglia quasi a una jungla, mentre qualche uccello notturno squarcia la notte con le sue grida.
Di solito accade in un istante: inspiro il fumo della sigaretta che mi sto godendo alla fine della giornata e, ancor prima di aver avuto il tempo di espirare, ecco che per una manciata di secondi il silenzio diventa, se possibile, ancora più profondo.
I sensi subito si concentrano: che è cambiato?
È sparito il ronzio del frigorifero, il ventilatore al piano di sotto ha smesso di girare, il rumore sommesso della pompa del pozzo tace, il latrare di un cane lontano scalfisce il buio pesto che è sceso tutto attorno a me.
Buio.
L’elettricità è venuta di nuovo a mancare, ed è questione di attimi prima che la pace della notte venga disturbata dai ruggiti dei generatori a gasolio, bestie infernali. Butto fuori il fumo di sigaretta in un lampo, lo annuso: sa d’invidia, pace e rabbia.
Quel silenzio, che sembra essere stato mandato da un dio o chi per lui per riappacificarmi l’anima, si interrompe.
Da Ovest, da Est, da Nord e da Sud: siamo circondati.
Come draghi i generatori si avviano, prima quelli automatici, qualche minuto dopo quelli ad accensione manuale.
Tossiscono, scatarrano, ringhiano, alcuni fanno le fusa altri soffiano come gatte gelose.
Ma tutti sembrano delle vecchie bestie un po’ acciaccate che nonostante l’età ancora non disdegnano una bella battuta di caccia nella savana.
Poi tutto attorno, come fossi stato catapultato in un camposanto, ricompaiono lucine nel buio qua e là: le lapidi, che sono le facciate delle case lontane, tornano a riflettere la luce fioca delle lampadine fioche.
Noi non abbiamo il generatore e perciò siamo condannati a goderci il silenzio del nostro giardino mentre viviamo con l’invidia per chi ha deciso di installarlo, ancor più per chi si è potuto permettere i pannelli solari.
E poi la rabbia per l’ennesima immotivata mancanza di corrente.
Odio i blackout non per l’evento in sé, ma per le zanzare che, capito che il ventilatore nella mia stanza tace, subito organizzano pullman e viaggi di gruppo per fare visita alla mia reliquia sudata adagiata sul letto ormai insopportabilmente tiepido.
L’entità della tragedia, a Diani, si misura osservando quanto il blackout è esteso.
Schiaccio la sigaretta nel posacenere e subito afferro il telefono, apro Whatsapp ed eccomi nel gruppo dedicato alla “Corrente a Diani”. Gli scenari sono due: talvolta trovo decine di messaggi che, uno dopo l’altro, da un’estremità all’altra della cittadina, riportano dell’oscurità improvvisa oppure mi imbatto nel silenzio, al massimo in uno o due messaggi di vicini di casa stanchi e rabbuiati quanto me.
Nel primo caso è la gioia - è come la lotta di classe, il potere al popolo, la guerra operaia: siamo in tanti, il problema è grosso, la corrente tornerà presto.
Nel secondo la disperazione mi pervade e subito mi sento Davide di fronte a un Golia mastodontico.
Chissà come faremo a riavere la luce, noi poveri smarriti in un quadrante qualsiasi.
Qui nella Contea di Kwale, che è estesa grosso modo come l’Umbria, la compagnia della luce gestisce tutto il territorio da un solo ufficio. Inoltro il mio messaggio, riporto il blackout nell’app di KPLC (la compagnia elettrica nazionale - operazione da fare subito e sempre, per sperare di recuperare da loro qualche scellino nel caso gli elettrodomestici bruciassero quando la corrente tornerà con i Volt su di giri).
Aspetto, fumo, sudo - se durerà per sempre accenderò gli incensi che almeno tengono a bada le zanzare e proverò a dormire. Anche questo è il Kenya e, per questa guerra, ho deposto le armi. È successo l’anno scorso, verso Natale. I blackout accadevano uno dopo l’altro, i residenti erano inferociti, ormai sul piede di guerra.
Nel 2024, a Diani, Gesù ha rischiato di venire al mondo a lucine intermittenti spente. E dal nulla, o forse grazie a tutta quella confusione, è arrivata lei, KJ, la nuova onnipotente e supersonica referente per la comunicazione con i clienti.
Raccontando di lei, alcuni amici hanno creduto si trattasse di un bot o di un’intelligenza artificiale.
E invece no, KJ è una donna in carne e ossa, telefono, pazienza e Whatsapp. A Diani non siamo più soli. Ogni qualvolta la corrente salta, lei è pronta, nel gruppo o per telefono, a raccogliere le rimostranze, a spiegare cosa succede e a promettere che se ne prenderà cura personalmente. Se ancora dopo qualche ora l’elettricità non torna, basta telefonarle di nuovo e lei, sorpresa quanto te, si meraviglierà di tanta inefficienza e ti prometterà che seguirà il caso di persona. E poi, la corrente torna - perché in fondo torna sempre.
Scrivendone l’elogio, oggi, realizzo che forse siamo stati solo fregati. Non è di fatto migliorato nulla: il monopolio incontrastato di KPLC continua a regnare sovrano tra negligenze, mazzette e controversie, le infrastrutture restano indecenti, i pali cadono come soldati al fronte, i mezzi di intervento sono pochi e tanto è il personale ancora non qualificato e motivato. Ma KJ c’è e la sua sola presenza ci ha messo in riga, ci ha resi pazienti.
Almeno ci sentiamo ascoltati e così non sbraitiamo più. KJ c’è sempre, che la corrente salti di notte, di giorno, a Natale o a Ferragosto, che qui manco lo festeggiano. È sempre lì, a una telefonata di distanza per tornare a illuminare le nostre esistenze smarrite.
Benedetta e maledetta comunicazione positiva che batte persino l’ingegneria elettrica e delle infrastrutture! Vittoria dell’umanesimo sulla tecnica: qui sulla Costa Sud siamo tutti un po’ romantici e meno illuministi.
E a voi, amici di Watamu e Malindi, dilaniati non solo da KPLC ma anche da Mawasco, auguro una KJ della Costa Nord! Pretendetela, lottate per averne una con i denti e con le unghie, perché, seppur la terra d’Africa è bella nel suo essere selvaggia, sarebbe ancora meglio se il WiFi restasse acceso e il frigorifero rimanesse fresco.
E se non ve la assegneranno, vendete i generatori e installate pannelli solari a profusione: dicono che la sensazione di vedere i vicini al buio mentre le tue batterie tengono vive le lampadine sia impagabile. Un’(in)sana soddisfazione che quasi ripaga le fatiche e gli scellini spesi per ottenere un visto che ti permetta di restare qui - in questa terra talvolta buia, a volte luminosa, ma senza dubbio sempre elettrizzante!

••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: correntepowergeneratoreenergiasolareblackout

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