DENTRO IL KENYA
21-09-2026 di Freddie del Curatolo
Prima o poi in Kenya, specialmente a Nairobi, capita di incontrarne uno. Il matatu arriva, accelera, si sposta bruscamente da una parte all'altra della carreggiata, sembra quasi perdere il controllo e poi torna in traiettoria come se nulla fosse. In Kenya questa guida ha un nome: manyoka. Una sorta di danza del serpente che, quando finisce male, può trasformarsi in tragedia.
Il termine viene dallo swahili nyoka, serpente, e manyoka ne è il plurale. Il nome descrive il movimento sinuoso che alcuni conducenti imprimono ai loro matatu, con bruschi cambi di direzione e repentini spostamenti laterali, spesso a velocità sostenuta. Una pratica che nel tempo è diventata una delle espressioni più spericolate della cultura dei nganya, i matatu personalizzati che soprattutto a Nairobi hanno trasformato il trasporto pubblico in una sorta di spettacolo viaggiante.
Il manyoka è tornato al centro dell'attenzione in questi giorni dopo l'arresto di un conducente accusato di essere responsabile di un incidente nel quale sono morte cinque persone. Secondo quanto riferito dal quotidiano keniano The Star, l'uomo sarebbe stato arrestato dopo essere rimasto irreperibile in seguito all'incidente e avrebbe utilizzato proprio la tecnica del manyoka prima dello schianto.
La vicenda ha riacceso il dibattito su una pratica che per alcuni conducenti è diventata una dimostrazione di abilità, ma che sulle strade trafficate del Kenya può trasformarsi in un rischio per tutti.
I matatu sono molto più che semplici minibus. Da Nairobi a Mombasa, da Kisumu a Malindi, rappresentano una parte riconoscibile della cultura urbana e popolare keniana. Carrozzerie colorate, impianti stereo potenti, luci, graffiti, sedili modificati e decorazioni personalizzate hanno fatto dei nganya un fenomeno culturale oltre che un mezzo di trasporto.
È in questo contesto che è nato anche il manyoka. Il conducente porta il veicolo da una parte all'altra della carreggiata con una successione di sterzate rapide, creando l'impressione che il matatu stia scivolando sulla strada come un serpente. A volte l'esibizione viene accompagnata dalla musica ad alto volume e dalle urla dei passeggeri, trasformando il viaggio in una specie di giostra improvvisata.
Il problema è che un matatu non è una macchina da spettacolo. Trasporta passeggeri, spesso molti, e condivide la strada con automobili, motociclette, pedoni e altri mezzi pubblici. Una manovra sbagliata a velocità elevata può quindi avere conseguenze molto più gravi di una semplice infrazione al codice della strada.
Il fenomeno è particolarmente visibile a Nairobi, dove la concorrenza tra le diverse linee e tra i singoli equipaggi ha contribuito a trasformare anche la guida in un elemento di distinzione. Il matatu più rumoroso, più colorato, più personalizzato o più spettacolare può diventare un piccolo simbolo della propria linea.
E così anche il conducente può trasformarsi in performer. Il manyoka diventa una prova di abilità davanti ai passeggeri e, sempre più spesso, davanti alla telecamera di uno smartphone. I video delle acrobazie finiscono sui social network e contribuiscono a rendere popolare una pratica che, fuori dal contesto del divertimento, rimane una forma di guida estremamente rischiosa.
Nel caso riportato da The Star, la polizia ha attribuito al conducente una serie di manovre spericolate prima dell'incidente. Sarà ora il procedimento giudiziario a stabilire le responsabilità dell'uomo e le circostanze esatte dello schianto. L'accusa, naturalmente, non equivale a una condanna.
Il manyoka racconta comunque una delle tante contraddizioni della cultura dei matatu. Da una parte c'è una straordinaria creatività popolare, fatta di musica, colori, linguaggi e identità; dall'altra una cultura della strada nella quale l'abilità alla guida può talvolta essere confusa con la capacità di sfidare il pericolo.
Il serpente, del resto, è famoso per non procedere mai in linea retta. Sulla strada, però, la linea retta non è soltanto una questione estetica. Può essere la differenza tra arrivare a destinazione e non arrivarci affatto.
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