STORIE KENIANE
15-11-2025 di Michele Senici
Bwana Farid è seduto con le gambe distese sotto la tettoia di fronte alla Moschea.
Il giovane Idris gli si avvicina con un libro impolverato tra le braccia.
Con un cenno del capo si inginocchia accanto all’anziano, avvolto nel suo kanzu bianchissimo.
L’uomo batte la mano sulle gambe così che il ragazzo possa appoggiare il tomo pesante e aprirlo sotto gli occhi del Maestro.
“Che domanda ti porta da me oggi, Mwanangu?”
Idris medita le sue parole: sa infatti che le domande scomposte non sono ben accolte.
“Mzee, mi pare che molti confini tra le nazioni africane siano stati tracciati con la squadra e il righello. Linee lunghe, verticali o orizzontali, parallele o perpendicolari.”
Così dicendo, il ragazzo segna con l’indice le linee sulla mappa mentre l’anziano le osserva con attenzione.
l libro, vecchio di qualche decennio, è consunto e ingiallito, ma i suoi disegni sono persino poetici nella loro cura e bellezza.
Idris continua: “Tuttavia, talvolta compaiono delle sbavature. Vedi qui? Il confine tra Kenya e Tanzania, per esempio, che sembrava sgorgare dal lago Vittoria e dover correre dritto fino all’oceano, a un certo punto è stato trascinato verso sud di qualche miglio! Che è successo?”
Bwana Farid resta anzitutto in silenzio, e questo è un ottimo segnale.
Se avesse attaccato subito a parlare, sarebbe stato per rimproverare il ragazzo sulla qualità della domanda.
Poi prende la tazza di caffè speziato bollente tra le mani e ne beve un buon sorso. Infine, guardando il giovane negli occhi, gli risponde che non si tratta altro che di desideri e parentele. Idris è confuso e il Maestro glielo legge negli occhi.
“Era il 1890, la Tanganyika, oggi Tanzania, era sotto il protettorato tedesco del Kaiser Guglielmo II, mentre il Kenya apparteneva agli inglesi della Regina Vittoria. Storia dolorosa, figlio mio.
Non ti dovrebbe sorprendere, tuttavia, che nonostante la Regina e il Kaiser fossero cugini, si fossero spartiti i loro domini: non ha fatto lo stesso tuo padre, dopo aver litigato a morte con tuo zio Mohamed?
Loro due lo fecero soltanto in maniera più formale.
Fecero sedere i loro ambasciatori a un tavolo, e armandoli di matita, fecero tracciare loro una bella linea retta, da lago al mare.
Poco dopo, però, Guglielmo si accorse del misfatto.
Il Kilimanjaro, la montagna più alta d’Africa, si trovava ora in Kenya e a lui non restava che la savana.
Tornò dunque dalla cugina, che forse mettendosi una mano sul cuore o forse perché era poco avvezza alla montagna, decise di accontentarsi del Monte Kenya e di regalare al cugino il Kilimanjaro.
Gli ambasciatori tornarono al tavolo da disegno e anziché cancellare tutto e rifare da capo la linea, decisero di creare un piccolo scalino verso sud che lasciasse il monte nelle terre del Kaiser.”
Il ragazzo ora sogna ad occhi aperti: un tavolo di legno massiccio, tazze di porcellana piene di tè profumato e candele a olio, vecchi uomini col panciotto e le parrucche; mappe, scartoffie e barattoli di inchiostro sparsi dappertutto… poi la seconda domanda gli scappa dalla gola in un istante: “e quindi noi saremmo dovuti rimanere in Tanganyika, e oggi essere tanzaniani, se il Kaiser non avesse amato la montagna?”
In questo 2025, infatti, il giovane Idris e Bwana Farid sono seduti nella baraza della Moschea di Vanga, un piccolo villaggio sistemato a pietra d’angolo del Kenya.
Di fronte all’oceano, con il Kenya a nord e a ovest, e la Tanzania subito a sud. Il vecchio lo osserva, in fin dei conti il ragazzo pone domande interessanti.
“E chi può dirlo, Mwanangu? Siamo stati così tante cose fino ad oggi! Africani, arabi, indiani, yemeniti, portoghesi forse, tedeschi e chissà che altro. Io credo che noi siamo la gente di Vanga, e questo ci dovrebbe bastare.”
Il ragazzo sa che questa frase non è che la conclusione della lezione di oggi.
Riprese il libro tra le braccia, si alza in piedi e si incammina per i vicoli polverosi della cittadina, che per molti anni nei secoli passati era stata la Città più importante della costa sud. Che resta, oggi, di quello splendore?
Il taarab suona da un registratore scassato per alcuni uomini seduti all’ombra di un portico, bambini a torso nudo corrono veloci verso il porto e dal muro si tuffano nel mare facendo capriole.
Alcuni dhow entrano nel canale e scaricano reti zeppe di pesci.
Reti larghissime, ormai svuotate, si riposano a terra mentre alcune donne le rammendano.
Tra le case spuntano tombe e colonne di secoli fa e ora le bambine che già indossano il khimar ci giocano a girotondo attorno.
Non ci sono né una banca né una chiesa e i visitatori non troveranno una pensione dove passare la notte o un bar dove dimenticarsi dei problemi della giornata.
Sufuria ammaccate friggono patate pastellate su bracieri a carbone.
A fianco bollitori di latta scaldano tè e caffè a profusione.
La città è cinta da mangrovie che sembrano abbracciarla come mura medievali, e un vecchio forte coperto di corallo osserva il mare del canale andare e venire come le genti che hanno scelto e abbandonato Vanga nei secoli. Il giovane Idris appoggia la schiena alla parete ruvida del forte e inspira l’odore violento del pesce appena pescato.
In fin dei conti, la sua seconda domanda aveva poca importanza.
Non importa se oggi sia kenyano o se avesse potuto essere altro.
Oggi lui è la gente di Vanga, custode di uno dei pochi luoghi sull’oceano del Kenya che è rimasto casa pacifica per le persone che appartengono a quella terra ancora prima che le fosse dato un nome.
••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.
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