KENYA NEWS
30-09-2026 di Freddie del Curatolo
Il Kilimanjaro da settimane continua a fumare. Non è una metafora, purtroppo, e nemmeno uno di quei tramonti africani che fanno sembrare la montagna più grande del continente ancora più teatrale. A meno di un mese da un incendio che ha divorato 1.800 ettari di vegetazione, le fiamme sono tornate sul tetto d’Africa e questa volta hanno fatto chiudere due delle vie utilizzate dagli escursionisti per raggiungere la vetta.
Migliaia di persone arrivano ogni anno per camminare verso i 5.895 metri dell'Uhuru Peak. Ma in queste settimane la montagna sta chiedendo ai suoi visitatori una cosa meno romantica: pazienza, prudenza e qualche deviazione.
Il fuoco è tornato sul Kilimanjaro pochi giorni fa, dopo che sembrava essere stato faticosamente domato. Un nuovo incendio è stato individuato nella zona di Sangarini-Kamwanga, sul versante occidentale della montagna, in direzione dello Shira Plateau, all'interno del Kilimanjaro National Park. A differenza del grande incendio scoppiato all'inizio del mese, questa volta l'emergenza ha avuto una conseguenza immediata per il turismo: la Tanzania National Parks Authority (TANAPA) ha sospeso temporaneamente l'utilizzo delle vie Lemosho e Londorosi, tra le più utilizzate dai turisti per scalare le vette del “grande vecchio”.
La decisione è stata presa come misura precauzionale mentre le squadre di emergenza cercano di contenere le fiamme. Ai turisti che avevano programmato la salita attraverso le due vie è stato indicato di utilizzare, in alternativa, Machame, Marangu o Rongai. Lemosho e Londorosi fanno parte delle sei principali vie utilizzate dagli escursionisti e dalle spedizioni internazionali per raggiungere le cime e la loro sospensione costringe operatori e scalatori a modificare programmi, itinerari e logistica.
Un settembre da dimenticare
Il problema è che quello del 28 settembre non è un incendio isolato. È il secondo grande episodio nell'arco di appena 25 giorni.
Il primo era stato individuato nel pomeriggio del 3 settembre, nella zona di Kikererwa, sul versante vicino al distretto di Rombo e non lontano dal confine con il Kenya. Le fiamme erano state osservate tra le cime del Kibo e del Mawenzi e, nelle prime ore, erano visibili anche dal lato keniano, nella zona di Oloitokitok.
Quell'incendio è rimasto attivo per quasi due settimane. Quando finalmente è stato dichiarato sotto controllo, il 17 settembre, aveva bruciato più di 18 chilometri quadrati, circa 1.800 ettari, di vegetazione naturale. Alle operazioni avevano partecipato TANAPA, vigili del fuoco, servizi forestali, operatori turistici e comunità locali, con l'impiego anche di elicotteri nelle zone più alte.
Una delle difficoltà maggiori era stata la vegetazione di Erica, presente intorno ai 3.000 metri. Secondo il vicecommissario dei vigili del fuoco Goodluck Zelote, una volta raggiunta dalle fiamme questa vegetazione brucia con estrema rapidità, mentre il vento contribuisce a propagare l'incendio lungo i pendii.
Le prime valutazioni delle autorità avevano indicato una possibile origine legata all'attività umana, ma senza stabilire con certezza come fosse iniziato il rogo. Anche per il nuovo incendio di Sangarini-Kamwanga il TANAPA ha fatto sapere che le cause sono ancora oggetto di indagine.
Il fuoco ama settembre
Il calendario, in questo caso, non aiuta. Il periodo settembre-ottobre è storicamente uno dei più delicati per gli incendi sul Kilimanjaro.
Nel 2022 una serie di roghi aveva interessato Udetu, Samanga, Karanga River, Umbwe, Baranko e alcune parti della Marangu Route, distruggendo secondo le autorità oltre 34,2 chilometri quadrati di vegetazione. Un altro incendio significativo era stato registrato nel 2023, mentre episodi importanti erano avvenuti anche nel 2020 e nel 2018.
Nel 2020, in particolare, un incendio nella zona di Whona aveva interessato un'area molto più vasta: TANAPA aveva successivamente stimato in circa 95,5 chilometri quadrati la vegetazione colpita.
Non è quindi soltanto una questione di fiamme che compaiono casualmente su una montagna. Il Kilimanjaro ha una vulnerabilità ricorrente proprio nella stagione secca e ventosa, quando una scintilla può trasformarsi rapidamente in un fronte difficile da raggiungere e combattere.
La montagna non chiude
La notizia, però, va raccontata senza trasformare l'incendio in un'apocalisse turistica.
Il Kilimanjaro non è stato chiuso. TANAPA ha ribadito che le attività turistiche continuano e che l'obiettivo della sospensione delle due vie è soprattutto proteggere escursionisti, lavoratori e operatori impegnati nella montagna.
La differenza, tuttavia, non è irrilevante per l'industria turistica di Moshi e dell'intera regione del Kilimanjaro.
Per chi guarda il Kilimanjaro dalla pianura, potrebbe sembrare soltanto una questione di sentieri. Per chi vive di turismo in questa parte della Tanzania, ogni sentiero chiuso è invece una piccola deviazione nell'economia di guide, portatori, autisti, alberghi, ristoranti e agenzie che ruotano intorno alla montagna.
E sopra tutto questo resta la questione più importante: quella di un ecosistema fragile che non può permettersi di diventare ogni anno il teatro di una guerra contro il fuoco.
Il Kilimanjaro è alto 5.895 metri, domina l'Africa orientale con la sua cima innevata ed è protetto da un parco nazionale di circa 75.575 ettari. È una montagna vulcanica, ma gli incendi non hanno nulla di vulcanico. Sono fuochi terrestri, spesso favoriti dalla siccità, dal vento e dalla presenza umana.
Il gigante, insomma, non sta eruttando.
Sta bruciando.
E per una montagna che vive anche dell'immaginario di milioni di viaggiatori, è forse questo l'aspetto più preoccupante: non soltanto il rischio per chi la percorre, ma la possibilità che il fuoco finisca per diventare un appuntamento stagionale sul tetto d'Africa.
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