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DENTRO IL KENYA

I keniani e la televisione: cambiano i gusti ma la passione resta

Cosa piace oggi e come si è evoluta la visione in Kenya

20-08-2026 di Freddie del Curatolo

In principio fu “Rebecca”, la prima soap opera prodotta in Kenya. Erano gli anni Ottanta. L’ambientazione era quella di una casetta povera, con un divano “jua kali” e un tavolino di legno laccato. Gli episodi si svolgevano quasi tutti lì, girati come una videocamera di quelle che in Italia si regalavano ai figli adolescenti per Natale per divertirsi.
Da allora il Kenya, come per altri settori, ne ha fatta di strada nel broadcasting.
La televisione era arrivata proprio mentre il Kenya si preparava all’indipendenza, da un trasmettitore installato su una collina di Limuru, che al massimo riusciva a raggiungere la capitale, con una copertura che non andava oltre i 25 chilometri.
Le trasmissioni iniziarono il primo ottobre, ma oltre a Jomo Kenyatta e ai suoi amici costruttori del Paese, la vedevano in pochi: i televisori erano troppo cari e si trovavano quasi esclusivamente nelle case di europei e di qualche indiano ricco di Nairobi.
Nel 1964, il servizio fu nazionalizzato e divenne un canale: Voice of Kenya, che mantenne il monopolio televisivo per quasi trent'anni. Le trasmissioni iniziavano alle 17 e terminavano prima della mezzanotte. Telegiornali sobri e lenti, commedie americane premasticate e documentari che neanche parlavano d’Africa. Solo nel 1990 arrivò il primo concorrente privato, Kenya Television Network (KTN), che proponeva roba inedita ma sempre occidentale, tipo la serie Dinasty, oltre a lanciarsi in altre Rebecche...

Quella fu la vera rivoluzione, televisori a prezzi più abbordabili e i diritti della finale dei mondiali di calcio in Italia, con i bar locali che si riempivano di gente estasiata.
In giro però nei villaggi dell’entroterra costiero vedevo anche scene che facevano capire come il progresso non fosse ancora arrivato dappertutto: anziani che scappavano alla vista delle telecamere, e che chiamavano lo schermo che replicava la loro vita “shetani”, il demonio.
Nel 1995 la sudafricana MultiChoice lanciò i primi servizi pay-TV in Kenya, distribuendo i canali via satellite (quello che oggi è conosciuto soprattutto attraverso il marchio DStv).
E qui scoppiò una nuova passione dei keniani, la Premier League inglese. Ma non solo, nei salotti dei keniani che si potevano permettere l’abbonamento, arrivò l’informazione vera: CNN, BBC, Al Jazeera e decine di altri canali internazionali, oltre ad un’altra malattia che ha conquistato le famiglie per almeno due decenni: le soap opera nigeriane, e i film del favoloso mondo di Nolliwood. Oltre alla pay-tv, sono sorti anche altri canali televisivi, i maggiori network del Paese, attivi sia come quotidiani che con siti internet e radio FM, hanno la loro televisione: Nation (NTV), Citizen, Capital e K24, per citare i principali. Poi ci sono le tv etniche, quella in lingua kikuyu, luo o kalenjin, e i canali dei predicatori.

Oggi la televisione resta una prerogativa di chi ha un’abitazione che non sia una baracca, ma ogni tanto anche sui tetti di makuti o lamiera delle capanne di fango misto cemento si vede spuntare un’antenna o una parabola satellitare. Per tutti gli altri, c’è la tv via streaming o quelle che vanno per la maggiore in Africa, i canali televisivi via Youtube.
Ma anche per chi ha lo schermo LCD e l’home theatre, i gusti sono cambiati: non più soap né esclusivamente calcio, da un recente rapporto della Communication Authority del Kenya, quasi un telespettatore su due (49,1%) sceglie programmi di informazione. In un Paese dove la politica entra nelle conversazioni quotidiane, le decisioni del governo incidono direttamente sulla vita delle persone e le notizie cambiano rapidamente, non è poi così sorprendente.

Al secondo posto troviamo intrattenimento e fiction con il 19,4%, mentre lo sport si prende soltanto il 16,1%. Il calcio europeo, naturalmente, continua a fare la parte del leone: Premier League, Champions League e grandi tornei tengono comunque milioni di keniani incollati allo schermo nei fine settimana.
Film e cinema raccolgono il 12,4% delle preferenze, mentre i programmi musicali arrivano al 10,1%. E le famose soap opera che nel frattempo in Kenya hanno raggiunto anche buoni livelli di produzione, si fermano solo al 5,7%. Il resto è frammentato, tra comicità e talk show, programmi religiosi ed educativi e, fanalino di coda, i documentari. No, quelli proprio ai keniani non vanno giù.
Così come non è una consuetudine vedere la televisione nelle prime ore del giorno, anche perché ci sono ancora troppo poche casalinghe e quasi zero pensionati. Insomma, programmi come “Uno Mattina” qui non avrebbero senso.

E Netflix? Amazon Prime e compagnia streaming di qualità? Quella è la prossima frontiera del Kenya che cresce, ma in Kenya per adesso la televisione tradizionale continua a essere un sogno e un simbolo di benessere per milioni di persone che non se la possono ancora permettere e un punto di riferimento, soprattutto per seguire gli avvenimenti nazionali. E quando succede qualcosa di importante, dalle proteste alle elezioni, milioni di persone si sintonizzano sugli stessi notiziari.
Insomma, il Kenya televisivo è molto meno "leggero" di quanto si potrebbe immaginare. Prima vengono le notizie, poi il divertimento. Perché sempre più, da queste parti, sapere cosa è successo oggi vale ancora più dell'ultima puntata della serie del momento, e la speranza di avere buone notizie, pronti a cambiare canale alla vista dell’ennesima guerra o di un nuovo rischio pandemia, è sempre accesa, almeno finché c’è luce.

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