Storie

CIBO

Questo Kenya golosamente "fusion"

Com'è cambiata l'offerta gastronomica in 30 anni

09-01-2022 di Freddie del Curatolo

Alla fine del secolo scorso, ovvero negli anni Ottanta e Novanta che avevano lanciato il Kenya come meta di viaggi in crescita di popolarità e afflusso da tutto il mondo, il piacere del palato non era considerato uno dei primi pregi del paese. Anzi, spesso a fronte delle meraviglie della natura, dei paradisi selvaggi, degli animali e dei paesaggi sconfinati da godere, ci si accontentava volentieri di semplici grigliate (“nyama choma”, carne alla brace, piatto nazionale) o delle reminiscenze di cucina coloniale britannica (filetti al pepe, fish and chips, cheese cake e via dicendo). Guai ad ordinare un piatto di spaghetti o una pizza, a meno che non si varcasse la soglia di un ristorante italiano di Malindi o di uno dei pochi di Nairobi (“Putipù”, ad esempio, prima pizzeria con forno a legna portato direttamente da Napoli, 1989 o “La trattoria”, qualche anno prima, nel centro della capitale). Ricordo che a Nairobi c’era un buon ristorante Thai e un cinese puzzolente. Altrimenti vai di India e lì la scelta non era male.
Un altro ristorante cinese, leggermente migliore si trovava a Mombasa dietro il Castle Hotel e poco distante c’era (e c’è ancora) “Shenai”, tempio indù dell’arte culinaria asiatica. Sulla costa fiorivano anche gli antri swahili che proponevano le loro specialità tra profumi di cocco e spezie.
Trent’anni dopo, con l’apertura del Kenya ad ogni mercato e con la consapevolezza globale dell’enogastronomia come una delle poche certezze di una vita precaria e di una realtà scadente a più i livelli, lo scenario nazionale è completamente cambiato. Ed ecco che nell’ultimo decennio più o meno ogni nazione in grado di proporre una sua cucina identificativa ha i suoi locali di riferimento e, nonostante le restrizioni pandemiche, si sta affermando anche la cosiddetta cucina fusion. Dopo aver assistito alla diffusione del sushi e sashimi giapponese (a Nairobi consigliamo Haru Sushi a Karen, per noi numero uno, a Nyali “Mysono” e a Malindi “Olimpia Beach”), è arrivata la creatività di cuochi di altre nazionalità che hanno messo in relazione il pescato dell’oceano indiano ed altre suggestioni keniane con le loro preparazioni e le tendenze moderne (ultima ad esempio, quella di abbinare fiori edibili alle pietanze).
A Nairobi i più in voga in questo periodo sono “Inti”, che abbina la cucina nipponica a quella peruviana e “Cultiva” dove un cuoco equadoriano esalta prodotti biologici e mescola sapori e colori di tutto il mondo in maniera creativa. Sulla costa l’antesignano è stato un talentuoso e visionario chef del lago di Como, Diego Tosi, che anni fa ha portato il suo stile, tra cristallizzazioni ed accostamenti arditi, al Tamu Restaurant di Watamu. Ultimamente buone ricette fusion si trovano al ristorante L’Onda del Dream of Africa, grazie all’inventiva e alla capacità dello chef Giacomo Gaspari, protagonista dell’ultima settimana internazionale della cucina italiana, tra Nairobi e Malindi. A lui si deve l'incontro dei sapori swahili con tentazioni di altri mari, dall'oceano pacifico al mediterraneo. Insomma, oggi in Kenya si mangia bene in maniera internazionale e ci si può immergere anche contemporaneamente in più mondi, non solo nello stesso ristorante, ma addirittura nello stesso piatto.

TAGS: cucina kenyafood kenyafusion kenyagastronomia kenya

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