AFRICA MONDIALE
05-07-2026 di Freddie del Curatolo
Ogni quattro anni l'Africa si convince che sia arrivato il suo momento. Succede con il calcio, quando le nazionali dell'Africa subsahariana arrivano ai Mondiali accompagnate da una generazione di talenti che gioca nei migliori campionati del pianeta. Succede con la politica, quando qualche presidente promette che il Paese spezzerà finalmente le catene del debito, farà da sé, non piegherà più la testa davanti a Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale o ai grandi blocchi economici. E ogni volta la realtà presenta il conto.
È una malattia che non compare nei manuali di medicina, ma in Africa la conoscono tutti. È la sindrome del "questa volta". Questa volta il Senegal arriverà in semifinale. Questa volta la Costa d'Avorio dimostrerà che il talento basta. Questa volta il debito verrà abbattuto. Questa volta l'autarchia funzionerà. Questa volta il continente smetterà di dipendere dagli altri. Poi arriva il novantesimo minuto. O il rendiconto del ministero delle Finanze.
Anche in Nord America, le nazionali a sud del Sahel avevano tutte le carte per scrivere una pagina diversa. Il Senegal sembrava finalmente la squadra matura, quella capace di unire fisicità europea e fantasia africana, con grande dose di esperienza. La Costa d'Avorio disponeva di individualità che farebbero comodo a molte nazionali del Vecchio Continente, prima assoluta la nostra. Altre rappresentative, come Sudafrica e Ghana, promettevano di essere la rivelazione del torneo.
Per qualche ora, fino all’approdo di quasi tutte ai sedicesimi di finale, è sembrato davvero che il copione fosse cambiato. Il Senegal si è addirittura trovato sul 2-0 contro il Belgio, accarezzando un'impresa che avrebbe avuto il sapore della consacrazione. Poi si è fatto rimontare fino al 3-2, uscendo dal torneo con quella sensazione che l'Africa conosce fin troppo bene: essere stata a un passo dal cambiare la storia e ritrovarsi invece a raccontare l'ennesimo "se".
In fondo è lo stesso film che il continente proietta da decenni anche fuori dagli stadi.
Molti leader africani parlano di emancipazione economica. Promettono di ridurre il debito estero, di liberarsi dalle condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale, di non dipendere più dalla Banca Mondiale, dall'Occidente, dalla Cina o dalle monarchie del Golfo. Rivendicano sovranità, autosufficienza, panafricanismo.
Parole che trovano facilmente consenso, perché fanno leva su una storia segnata dal colonialismo e da dipendenze mai davvero finite.
Poi, però, arrivano le scadenze dei titoli di Stato, gli stipendi pubblici, le importazioni di carburante, le crisi climatiche, le epidemie, le guerre regionali. E allora si ricomincia a bussare a tutte le porte. A Washington, a Pechino, a Bruxelles, a Riyad, ad Abu Dhabi. Si cambia interlocutore, raramente il modello.
Non è ipocrisia. È spesso necessità. Ma la distanza fra il racconto e la realtà continua ad alimentare aspettative destinate a trasformarsi in delusioni.
Il paradosso è che l'Africa possiede davvero ciò che racconta di avere. È il continente più giovane del mondo. Produce alcuni dei migliori calciatori del pianeta. Ha risorse naturali immense. Le sue città crescono a ritmi impressionanti. La sua economia, pur tra mille contraddizioni, continua a offrire spazi che altrove non esistono più.
Quello che ancora manca è la continuità. La capacità di amministrare il vantaggio quando lo si conquista. Di trasformare un 2-0 in una vittoria, una crescita economica in sviluppo stabile, un proclama in una politica pubblica.
Per questo, alla fine, la storia più bella del Mondiale non l'ha scritta una delle favorite africane.
L'ha scritta Capo Verde.
Un arcipelago di appena 250 mila abitanti, ignorato dai pronostici, che senza grandi dichiarazioni ha portato ai tempi supplementari perfino l'Argentina di Messi. Nessuno pretendeva miracoli, e proprio per questo è riuscito a sorprendere tutti.
Forse è questa la vera sindrome africana. Non quella dell'inferiorità, come qualcuno continua a raccontare. Ma quella dell'aspettativa sproporzionata. Del bisogno di annunciare prima di costruire, di proclamare prima di consolidare.
L'Africa resta il continente del "quando meno te l'aspetti". Quello delle sorprese più che delle certezze. Del sogno più che del programma. Delle improvvise accelerazioni più che delle lunghe marce, che funzionano solo con i maratoneti keniani ed etiopi.
Ed è forse anche per questo che continua ad affascinare il mondo.
E, quasi sempre, a lasciare i suoi figli con la stessa frase sulle labbra: la prossima volta.
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