SOCIETA' KENYA
05-07-2026 di Freddie del Curatolo
"Hakuna kulala", niente dormire. Lo slogan che accompagna queste settimane di Mondiali di Calcio alle ore piccole non è soltanto una battuta. È quasi un programma nazionale. Perché se c'è una cosa che in Kenya riesce a mettere d'accordo tutti, più delle elezioni e meno delle tasse, è una partita di calcio. I galli cantano mentre nei pub qualcuno sta ancora discutendo di un rigore negato alla Repubblica Democratica del Congo o di un fuorigioco del Ghana. Sì perché Il Mondiale americano che arriva in Kenya, oltre al fuso orario, ha altri “fusi” tutti suoi: quello della passione, priva del VAR del buonsenso e quello della baldoria, che non ammonisce per eccesso di alcool.
Non importa se gioca il Kenya, che al Mondiale non c'è mai arrivato. Non importa nemmeno se in campo ci sono Australia ed Egitto o Canada e Marocco. Basta che ci sia una televisione accesa, qualche sedia di plastica davanti al chiosco, un generatore che tenga botta quando manca la corrente e qualcuno disposto a offrire il primo giro. Perché da Nairobi a Mombasa, da Kisumu a Malindi, il calcio non è solo uno sport, non una religione, ma soprattutto una scusa per stare insieme. Il resto viene da sé.
Con il Mondiale in Nord America, molte partite finiscono ben oltre la mezzanotte, altre iniziano poco prima dell’alba. E così i locali si riempiono quando in buona parte del mondo si cena o ci si è addormentati da un bel po’.
"Hakuna kulala", scrive in questi giorni la stampa keniana: niente dormire. Un motto che sembra cucito addosso a un popolo che, in fondo, ha sempre avuto un rapporto piuttosto elastico con gli orari.
Per chi arriva dall'Italia è una delle prime cose che si imparano. Se c'è qualcosa da festeggiare, si festeggia. Se c'è una partita, si guarda tutta. Se dopo la partita c'è da commentarla, la discussione può durare un'altra ora. E se nel frattempo qualcuno mette la musica... beh, a quel punto la notte è ufficialmente persa.
Sarebbe una delle qualità più belle del Kenya. La capacità di vivere il presente, di trovare una ragione per sorridere anche quando i motivi sembrerebbero pochi. Una capacità che noi europei, così disciplinati e così ossessionati dall'agenda, spesso invidiamo.
Poi, però, arriva il rovescio della medaglia.
Perché alla passione per il calcio si aggiunge quella per la festa. Alla festa si aggiunge qualche bottiglia di troppo. E alle bottiglie si aggiungono discussioni che diventano risse, poi automobili, motociclette, matatu, camion e strade che di notte sono illuminate più dalla luna che dai lampioni.
Ed è lì che la leggerezza rischia di trasformarsi in tragedia.
Le cronache del fine settimana, purtroppo, sono quasi sempre le stesse: incidenti, giovani alla guida dopo aver bevuto, motociclisti senza casco, pedoni investiti tornando a casa da un locale. Il Mondiale amplifica semplicemente un'abitudine che esiste già e che ogni tanto presenta un conto salato. Sarebbe un peccato che la gioia di una partita, al fischio finale dell’arbitro, aggiungesse il suono di una sirena dell'ambulanza, sempre che arrivi prima del calcio di rigore della vita.
Che qui il problema è anche quello degli arbitri, le istituzioni che spesso non vedono il gioco duro di chi si sballa, esagera con il volume disturbando la quiete pubblica, diventa molesto e alimenta pratiche notturne illegali di ogni tipo. Non vedono o chiudono volentieri un occhio, in cambio di partecipare alla festa, dopo avere incassato.
Il Kenya è un Paese che sa divertirsi come pochi altri. Sa riempire un bar con una partita tra due squadre che molti faticherebbero perfino a trovare sulla cartina. Sa trasformare uno schermo, una birra e quattro amici in una festa memorabile.
Forse dovrebbe solo ricordarsi che il calcio dura novanta minuti. La vita, se siamo fortunati, molto di più, anche se non ha tempi supplementari. E il bello del Mondiale è che c'è sempre un'altra partita da vedere. Purché il giorno dopo ci si possa ancora svegliare per raccontarla.
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