Storie

STORIE AFRICANE

Mabil, dal campo profughi in Kenya ai mondiali di calcio

La vittoria con l'Australia e nella vita, dopo l'infanzia da rifugiato

15-06-2026 di Freddie del Curatolo

Dal campo profughi keniano di Kakuma ai Mondiali di calcio, e non come spettatore o venditore di bibite, ma da calciatore di una nazionale. Quella australiana che ieri ha iniziato la sua avventura mondiale battendo la Turchia. È la storia di Awer Mabil, nato in una baracca nel nord del Kenya e diventato uno dei simboli sportivi dell'Australia multiculturale. Una storia che piace perché finisce bene. Ma che racconta soltanto una minima parte di quello che succede ogni giorno tra le tende e la polvere di Kakuma, dove i sogni hanno un problema: devono attraversare faide e malattie, poi frontiere, burocrazie, guerre, fame e una quantità impressionante di sfortuna prima di diventare realtà. Ogni tanto qualcuno ce la fa. Mabil, rifugiato sudsudanese nato nel campo profughi keniano, è arrivato fino ai Mondiali con la maglia dell'Australia. Ma dietro quel sorriso e quel rigore che nel 2022 spedì i Socceroos alla Coppa del Mondo, restano migliaia di vite che continuano a inseguire la stessa occasione. Così come c'è l'abbraccio con il compagno di nazionale Nestory Irankunda, talento ancor più cristallino e di dieci anni più giovane, che arriva da un altro campo profughi, quello di Kigoma, in Tanzania al confine col Burundi.

C'è una ragione per cui il mondo ama le storie come quella di Awer Mabil. Perché rassicurano. Dimostrano che il talento può vincere sulla povertà, che la determinazione può battere la sfortuna, che perfino un bambino nato in uno dei luoghi più dimenticati del pianeta può arrivare a giocare un Mondiale.

Mabil è nato nel 1995 a Kakuma, il gigantesco campo profughi del Turkana creato per ospitare i rifugiati in fuga dalle guerre del Sudan e di altri Paesi dell'Africa orientale. La sua famiglia era scappata dal conflitto e lì avrebbe trascorso la sua infanzia. I primi palloni erano fatti con sacchetti di plastica arrotolati, le porte immaginarie, il terreno duro come pietra. Eppure proprio lì nacque il suo amore per il calcio.

Quando la famiglia ottenne il reinsediamento in Australia, il gioco cambiò improvvisamente. Campi veri, allenatori, competizioni giovanili. Il talento che a Kakuma era soltanto intuizione trovò finalmente una struttura. Da Adelaide all'Europa il passo fu lungo ma possibile. Danimarca, Portogallo, Spagna, Svizzera, Turchia. Una carriera fatta anche di cadute, trasferimenti e ripartenze. Fino a quel rigore contro il Perù che nel 2022 regalò all'Australia la qualificazione mondiale. "Era il mio modo di dire grazie all'Australia a nome della mia famiglia", raccontò dopo la partita.

Ma Kakuma è piena di storie che non arrivano ai Mondiali.
Oggi il campo e l'insediamento vicino di Kalobeyei ospitano centinaia di migliaia di rifugiati provenienti soprattutto da Sud Sudan, Somalia, Congo, Etiopia e Burundi. Tra loro ci sono migliaia di ragazzi che giocano a calcio, corrono, studiano, cantano, dipingono, sognano. Molti hanno il talento. Quasi tutti mancano delle opportunità.

Eppure, ogni tanto, da quella polvere emerge qualcuno.
Come la supermodella sudsudanese Adut Akech, che ha trascorso i primi anni della sua vita a Kakuma prima di trasferirsi anche lei in Australia e diventare una delle regine delle passerelle mondiali, musa di grandi stilisti e premiata come modella dell'anno. "Prima di ogni altra cosa sono una rifugiata e ne sono orgogliosa", ha dichiarato più volte.

O come Halima Aden, nata in un altro campo profughi keniano ma cresciuta anch'essa nel sistema di accoglienza per rifugiati e diventata una delle modelle più famose al mondo, ambasciatrice UNICEF e simbolo dell'inclusione nell'industria della moda.

C'è poi Aweng Ade-Chuol, passata da Kakuma alle campagne pubblicitarie internazionali, al cinema e perfino all'universo artistico di Beyoncé. O il cestista Duop Reath, anche lui cresciuto dopo l'esperienza da rifugiato e arrivato ai massimi livelli del basket professionistico.
Sono nomi che fanno notizia perché rappresentano l'eccezione.

La regola, invece, è fatta di ragazzi come Abdirahman Sheuna, nato a Kakuma, che sogna di diventare calciatore professionista ma si allena con attrezzature insufficienti e campi sempre più ridotti dall'espansione del campo. Oppure di giovani atleti che vedono nello sport una via di fuga ma si scontrano con ostacoli economici, burocratici o semplicemente con la realtà statistica: pochissimi arrivano davvero in alto.

Forse è proprio questo che rende la storia di Awer Mabil così importante. Non perché dimostri che tutti possono farcela. Sarebbe una bugia. Ma perché dimostra che qualcuno può farcela.
E in un luogo come Kakuma, dove la parola "futuro" spesso sembra un lusso, anche una sola storia di successo può diventare una forma di resistenza.
Mentre l'Australia continua il suo cammino mondiale, Mabil porta con sé non soltanto la maglia dei Socceroos, ma anche il ricordo di quel campo profughi nel nord del Kenya da cui partì senza sapere se sarebbe mai riuscito a uscire davvero.
A Kakuma, intanto, migliaia di altri ragazzi continuano a rincorrere un pallone. Alcuni lo fanno per passione. Altri per dimenticare. Qualcuno perché spera di diventare il prossimo Awer Mabil.
La maggior parte non ci riuscirà.
Ma tutti, almeno per novanta minuti, possono permettersi di crederci.

TAGS: calciatoreKakumarifugiato

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