EDITORIALE
26-05-2026 di Freddie del Curatolo
Il makuti non perdona, ma anche le cattive abitudini di chi vive in una Terra che ormai non si può più permettere di essere “selvaggia” e appartata, non scherza.
Le palme secche intrecciate da secoli proteggono dal sole africano e dalle piogge del monsone, tengono fresca la casa e accarezza l’immaginario turistico di chi arriva sulla costa kenyana cercando l’Africa da cartolina. Ma basta una scintilla, una notte di vento, un corto circuito o forse semplicemente la fatalità, e quel simbolo di paradiso si trasforma in miccia.
L’incendio di ieri nella zona di Fortamu a Watamu, ma anche quello minore ma pur sempre deleterio di Malindi, poche ore dopo, con milioni andati in fumo in poche ore, riapre ancora una volta una domanda che da anni tutti evitano davvero di affrontare: i tetti di makuti hanno ancora senso nelle cittadine costiere ormai diventate piccoli agglomerati urbani?
Il problema del makuti è che è bellissimo. Bellissimo da fotografare, da vendere nei cataloghi turistici, da raccontare agli amici tornati in Europa: “la mia casa africana col tetto di palma”. Bellissimo finché non brucia. E sulla costa kenyana, ormai, brucia troppo spesso. L’incendio che ha devastato il lussuoso residence e le case adiacenti nella località turistica più frequentata della costa non è soltanto una tragedia economica: è l’ennesimo avvertimento ignorato da una costa che continua a voler sembrare un villaggio tropicale mentre nel frattempo è diventata una periferia turistica densamente abitata.
E così ancora una volta Watamu si sveglia annerita dal fumo, con il rumore del legno di strutture e arredamenti che scoppiettano in maniera inquietante ed inesorabile e il silenzio irreale di chi guarda un pezzo di paradiso ridotto a cenere. Stavolta è toccato a Fortamu, uno dei residence più iconici della località balneare, con quei piccoli castelli africani di pregio immersi nelle palme.
Se, come sembra, l’incendio è partito da uno dei “kibanda”, che altrove e in altra lingua chiamerebbero “chiringuito” locali, tutti costruiti in legno e makuti, spesso senza sufficienti attrezzature antincendio (poi potremmo parlare, per alcuni, di licenze, controlli ecc…ma questo fa parte delle “caratteristiche” del Paese di cui ci stiamo occupando…), ci sono parecchi discorsi paralleli da affrontare, compresa la complicità e spesso la superficialità di molti italiani in quelle attività “borderline”. Italiani che in parte hanno anche finanziato quelle sacche d’insicurezza e divertimento molto poco sostenibile. Magari pensando che quella sia “la vera Africa”.
Magari lo è, ma la “vera Africa” è anche quella che brucia, che ti toglie ciò che pensavi di avere, che se ti distrai, ti abbandoni o ne sei succube, non perdona.
Ma alla fine, comunque, ogni incendio importante riporta inevitabilmente alla stessa domanda che da quasi vent’anni rimbalza tra Malindi e Watamu senza che nessuno abbia davvero il coraggio di affrontarla fino in fondo: quanto ancora si può continuare a costruire tetti di palma secca in centri abitati sempre più densi, sempre più elettrificati, sempre più urbanizzati?
Perché il makuti è poesia, ma è anche dinamite.
Nasce come copertura delle capanne rurali swahili e giriama. Foglie di palma intrecciate a mano, fresche, economiche, perfette per lasciar respirare le abitazioni sotto il sole tropicale e far scivolare via le piogge monsoniche. Un’intelligenza architettonica antica, figlia della necessità e del clima. Poi è arrivato il turismo. E con lui l’esotismo da cartolina. Così il tetto dei poveri è diventato il lusso dei resort. La capanna tradizionale si è trasformata in villa milionaria. E il makuti è diventato marchio estetico della costa kenyana.
Peccato che il fuoco non distingua tra una capanna e un residence di lusso, anzi spesso si ha l’impressione che privilegi la prima, come ironicamente recitava una battuta del film culto di Renzo Arbore “FFSS” parlando dell’Irpinia: “hai mai sentito, terremoto a Saint Tropez?”.
Sulla costa swahili, però, il destino sembra voler dare ragione a chi pensa che l’Africa sia una sola. Dal 2008, da quando esiste il Portale degli Italiani, abbiamo raccontato almeno dodici incendi importanti tra Malindi e Watamu. Più o meno uno all’anno. Kibokoni, Palm Tree Club, Casuarina, Mapango. Ultimo devastante, quello del Barracuda Resort con la morte della quarantenne turistica italiana Michela Boldrini.
E adesso Fortamu, per fortuna senza vittime. Ma ogni volta la stessa dinamica: una scintilla, il vento dell’oceano, il makuti che prende vita come una torcia gigantesca e porta le fiamme da un tetto all’altro in pochi minuti.
Nel 2009, dopo il devastante incendio di Kibokoni, l’allora sindaco di Malindi Mohamed Menza propose addirittura di vietare il makuti nelle nuove costruzioni. La proposta si arenò quasi subito. Troppi interessi economici, troppa tradizione, troppa gente che vive della produzione delle tegole intrecciate di palma, il cui valore negli anni è persino triplicato.
Nel frattempo qualcuno ha iniziato prudentemente a cambiare strada. Tetti “all’araba”, terrazze in cemento, tegole canadesi. Hemingways Watamu, dopo un incendio che distrusse il ristorante e il bar, optò per il cosiddetto “finto makuti”, prodotto in Indonesia: stessa scenografia tropicale, ma combustione molto più lenta. Un compromesso tra estetica e sopravvivenza.
Però il problema resta. Perché Malindi e Watamu non sono più villaggi sparsi sul mare come quarant’anni fa. Sono cittadine turistiche congestionate, con residence attaccati l’uno all’altro, linee elettriche improvvisate, cucine industriali, generatori, impianti d’aria condizionata e traffico continuo di persone. Continuare a usare tonnellate di foglie secche sopra strutture sempre più vicine assomiglia ormai a tenere acceso un cerino in mezzo a un distributore di benzina.
E ogni volta, puntualmente, si riaccende anche il grande teatro delle responsabilità. Da una parte chi accusa l’assenza cronica di un servizio antincendio serio e tempestivo. Dall’altra chi continua a difendere il makuti in nome della tradizione e dell’identità culturale della costa swahili In mezzo, come sempre, ci sono le ceneri.
La verità probabilmente sta nel mezzo. Perché il makuti è parte della storia della costa. Togliere completamente quei tetti significherebbe cambiare il volto stesso di Malindi e Watamu. Ma ignorarne la pericolosità oggi significa anche fingere che nulla sia cambiato attorno a loro.
E invece tutto è cambiato.
La costa keniana continua a vendere l’illusione romantica del villaggio tropicale mentre cresce come una periferia urbana senza pianificazione, e i turisti che sognano di viverci e si crogiulano nel loro mal d'Africa egoista, spesso diventano complici di cattive abitudini.
E il makuti, che nasceva per capanne isolate nel bush o sulla spiaggia, oggi si ritrova schiacciato dentro quartieri turistici sempre più compatti, o nei baretti senza regole su spiagge residenziali, diventando involontariamente il miglior alleato del fuoco e degli ignavi.
Vedremo se dopo Fortamu qualcuno avrà davvero il coraggio di riportare la questione nei banchi della Contea di Kilifi. Oppure se, come sempre, passeranno poche settimane, arriverà la stagione alta, torneranno i turisti, e tutti fingeranno che il problema non esista più.
Fino al prossimo incendio.
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