EDITORIALE
08-07-2026 di Freddie del Curatolo
In Kenya ci sono errori che fanno tenerezza o ti inducono al sorriso, altri che ti fanno incazzare, e altri ancora che raccontano molto più di quello che si vede. Allo stesso modo, un pacco di pasta locale trovato in un supermercato può diventare una piccola lezione sull'identità italiana e sul modo in cui il mondo prova a copiarla.
Come spesso mi accade, da uomo moderno, piuttosto casalingo, buona padella oltre che buona forchetta, insomma quello che in casa porta il grembiule, sono a fare la spesa in uno dei supermercati keniani dove a volte trovi quello che non oltrepassa il muro della grande distribuzione dei Carrefour e giammai le preziose e dorate vetrine degli importatori italiani, che profumano di prelibatezze ben conosciute ma anche da centellinare, per chi vive e guadagna in scellini.
Ecco che qui mi trovo davanti ad una nuova marca di pasta e, nella sorpresa di vedere degli spaghetti a prezzo molto interessante, giro la confezione e mi rendo conto che sono prodotti in Kenya e con grano duro! Beh, che dire... ci sono arrivati anche loro, come fai a non rallegrarti?
Poi però decido di dare un'occhiata alle altre confezioni, e qui il raccapriccio... Sì, perché di fianco agli spaghetti ci sono gli immancabili "macaroni", che oltretutto sono delle pipette rigate, ma anche dei nuovi mostri che non conoscevo: i FUSILI e le FARFELLE.
Che poi, io penso, si può anche non conoscere la nostra lingua. Si può scrivere come si pronuncia. Ma quando devi stampare migliaia di confezioni basterebbe una piccolissima spesa. Compri un pacco di pasta italiana, lo metti davanti al grafico e gli dici semplicemente: "Copia". Senza nemmeno spiegargli cosa siano le farfalle.
Invece no.
L'Italia è probabilmente l'unico Paese che esporta prima di tutto un immaginario. Prima ancora del cibo, esporta il suono delle parole, i colori delle confezioni, le immagini delle tavole apparecchiate. E proprio lì nasce uno dei fenomeni più curiosi e dannosi del commercio mondiale: l'Italian Sounding, come dire “basta che suoni italiano” e fa gola.
L'Italian Sounding sembra quasi avere una sua vocazione naturale. Una specie di forza misteriosa che trasforma il Parmigiano in "Parmesan", il Prosciutto di Parma in "Parma Ham", la mozzarella in qualsiasi formaggio bianco filante e privo di una “elle”, qui in Kenya, anche i fusilli in "fusili", come se si potessero caricare a pallettoni per sparare alle anatre e poi farli al ragù.
Da quasi quarant'anni che vivo in Africa mi sono convinto che esista una specie di legge non scritta: quando qualcosa può essere fatto quasi bene, verrà fatto esattamente così. Quasi.
Eppure il problema non è l'errore ortografico.
Quello fa sorridere.
Il problema è che dietro quei nomi c'è un patrimonio culturale enorme che viene lentamente svuotato.
Noi italiani non abbiamo inventato soltanto delle ricette. Abbiamo costruito un linguaggio del gusto.
Quando pensiamo a qualcosa di buono, non ci limitiamo a immaginare il sapore.
Lo vediamo.
Lo annusiamo.
Lo tocchiamo.
Perfino il suono delle parole ci prepara al piacere.
"Tagliatelle". "Gnocchi". "Orecchiette". "Pappardelle". "Stracciatella". Persino chi non conosce l'italiano percepisce che sono parole morbide, ricche, quasi musicali.
Ogni nome racconta una forma, una consistenza, una storia.
Le farfalle si chiamano così perché sembrano davvero piccole farfalle.
I fusilli derivano dal fuso con cui un tempo si attorcigliava la pasta.
Le orecchiette ricordano minuscole orecchie.
Non sono nomi inventati per vendere.
Sono il risultato di secoli di cucina popolare.
Ed è curioso che proprio noi italiani, forse gli unici al mondo, siamo riusciti a dare persino un suono al piacere di mangiare.
Noi diciamo "gnam".
Una parola che non significa nulla eppure significa tutto.
Fa già venire fame.
Chissà se il primo keniano che assaggiò un pezzo di carne pensò qualcosa di simile chiamandola "nyama". Forse è solo una coincidenza linguistica, ma dimostra quanto i suoni abbiano un potere straordinario nel creare immagini e sensazioni.
Per questo l'Italian Sounding è molto più di una questione commerciale.
Secondo le stime delle associazioni italiane di categoria, nel mondo il giro d'affari dei prodotti che imitano quelli italiani vale molte volte l'export autentico del nostro agroalimentare. Ma il danno economico è solo una parte della storia.
L'altra parte è culturale.
Chi compra una confezione di "farfelle" magari non saprà mai che quelle sono farfalle.
Chi mangerà un "parmesan" penserà che abbia lo stesso sapore del Parmigiano Reggiano.
Chi berrà un improbabile "Barollo" crederà di conoscere il vino italiano.
È un po' come leggere la Divina Commedia tradotta da qualcuno che conosce l'italiano attraverso un dizionario tascabile.
Si capisce qualcosa.
Ma si perde la musica.
Il Kenya, in realtà, ha tutte le carte in regola per produrre un'ottima pasta. Il grano duro coltivato nelle zone più fresche del Paese esiste, le tecnologie pure, e il mercato cresce ogni anno grazie anche alla presenza degli italiani e alla diffusione della nostra cucina.
Proprio per questo sarebbe bello fare un passo in più.
Non limitarsi a copiare.
Ma imparare.
Perché chiamare una farfalla "farfalla" non è un dettaglio.
È un piccolo gesto di rispetto verso una cultura gastronomica che l'UNESCO (per quanto contino le coccarde e per quanto oggi si prenda sul serio la cultura) ha riconosciuto patrimonio dell'umanità attraverso la Dieta Mediterranea e che continua a conquistare il mondo non solo con i sapori, ma con la bellezza dei suoi nomi.
E poi, diciamolo.
Se proprio devo comprare una pasta keniana, sono felicissimo che sia fatta bene.
Ma vi prego.
Lasciate perdere i fusili.
Quelli, nel mondo, fanno già abbastanza danni quando sono veri e pronunciati bene.
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