EDITORIALE
23-12-2024 di Freddie del Curatolo
Quello keniano è un popolo in movimento, da sempre. E’ un movimento interno, circolare, legato al proprio territorio e alle sue mutazioni. Un movimento lento e cadenzato, stagionale e prevedibile.
Se un tempo per la maggior parte della popolazione era segnato dalle esigenze del bestiame e del raccolto, dalle guerre e dalle invasioni, oggi l’esodo è commerciale, familiare, al limite nostalgico.
Così avviene ogni anno nei giorni che avvicinano al Natale. Milioni di persone si mettono in viaggio dalle città e dai luoghi in cui lavorano, per tornare al villaggio natale, che spesso hanno lasciato quando erano giovani (giovanissimi, quelli che hanno avuto la fortuna di poter studiare in scuole decenti).
Tanti i parallelismi con i meridionali italiani del secolo scorso che emigravano al nord. A differenza nostra, però, la maggior parte dei keniani non hanno cercato fortuna all’estero e a differenza di altre popolazioni africane, non hanno affrontato viaggi della speranza tra deserti e barconi.
La loro vita è il loro splendido, crudele Paese. Quello in cui si intravvede e si sogna il benessere, che però è appannaggio di pochi, pochissimi eletti (da loro stessi o addirittura dalla stessa povera gente), quello in cui si parlano mille dialetti e ci si riconosce uniti più nell’inglese coloniale che in swahili.
Così sono partite le migrazioni interne: dalla Rift Valley e dal nord a Nairobi, dal confine con l’Uganda a Kisumu, da quello con la Tanzania a Mombasa, via via accorciando sempre più le distanze e accontentandosi di realtà sempre più piccole.
Poi c’è il dislocamento voluto dopo l’indipendenza del Paese da Jomo Kenyatta, per evitare lo spettro sempre vivo del tribalismo. Ancora oggi migliaia di dipendenti pubblici, specialmente nei corpi di polizia ed esercito, hanno sempre la valigia pronta, specialmente se fanno carriera. Con la speranza di poter finire la carriera più vicino a casa possibile.
Eccoli, allora, milioni di keniani alle prese con il loro esodo minore: tutti sulle strade, perché in Kenya la ferrovia è solo una e l’hanno rifatta i cinesi per i benestanti, sostituendo quella britannica fatta per turisti e nostalgici. Non ci sono terze classi con le panche di legno, in Kenya. Non esistono regionali, pendolari sui binari e pendolini mai in orario.
Anche perché i pochi collegamenti che resistono, nella cintura urbana della capitale o sul lago Vittoria, sono più precari e inaffidabili che mai.
Quindi è un esodo stradale, caotico, inquinato, rumoroso, spesso molto pericoloso.
Movimento di massa su poche e malmesse strade asfaltate alla peggio che portano ovunque, prima di diramarsi in terra rossa, fango e pietre. Movimento su ruote lise, instabili, sfruttate al limite delle loro possibilità, al pari dei motori. Sono pullman-bufalo che partono in branco, sono matatu da soma, asini colorati da 14 posti su cui si sale in 20 per risparmiare, stracarichi di bagagli, attesa e stanchezza, ma anche di ragliante, endemica, incurabile, commovente allegria.
Si mescolano alle auto feline private, anzi privilegiate, e ai camion-elefante che non smettono neanche durante le feste di marciare con i loro ritmi pesanti, il fiatone in salita e gli sbuffi neri e densi in ripresa.
Si ammassano, si accodano, si sorpassano, si aggrovigliano e spesso, purtroppo, si azzuffano, si scornano, si accartocciano, si ammazzano.
Anche quest’anno in un solo weekend, la grande migrazione ha prodotto tamponamenti e frontali ovunque, decine di morti e feriti, code chilometriche che hanno reso i già problematici soccorsi, praticamente inutili.
Le vie del massacro sono quasi sempre le stesse: la Nairobi-Naivasha-Nakuru, che da anni nelle promesse dei politici dovrebbe essere tutta a quadrupla corsia e nella realtà post-elettorale resta uno stretto e sconnesso invito al carnaio metallico, la Nairobi-Mombasa che ci si ostina a chiamare “autostrada”, benchè per larghissimi tratti sia larga come la via Emilia e vi attraversino zebre, elefanti e vacche in transumanza.
Il presidente Ruto, di fronte all’ennesimo blocco delle arterie principali, tra incidenti e intasamenti, ha promesso l’inizio dei lavori per il raddoppio delle corsie della prima per il 2025. Prosegue invece la ricerca di un partner finanziario per una “highway” degna di questo nome, dopo che americani e coreani si sono ritirati e i cinesi hanno sparato troppo alto con la loro logica di prestiti onerosi, con riscatto di pezzi di Paese.
I keniani non si fermano, anche se li vedi immobili e pazienti per un giorno e una notte in mezzo agli animali di lamiera.
Continuano a muoversi come in un rituale: per istinto, abitudine, necessità e perché alla fine bisogna pur ammazzare quell’inevitabile, unico, a volte amabile bastardo del tempo, che tanto prima o poi, in un modo o nell’altro, ti ammazza lui.
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