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Banca Mondiale: 'Kenya frenato da tasse e corruzione'

Un Paese con tante opportunità ma che 'non si applica'

02-10-2026 di Freddie del Curatolo

"È intelligente, ma non si applica". Quante volte un insegnante ha scritto questa frase sul giudizio di un alunno promettente? Applicata al Kenya, la formula potrebbe essere sorprendentemente calzante. Perché il Paese ha infrastrutture, imprenditori, talento, mercato e opportunità, ma continua a mettersi qualche bastone fra le ruote da solo. Almeno questo fa capire l’ultimo rapporto economico della Banca Mondiale.

Il Kenya infatti è un Paese che continua ad avere qualcosa che molti altri possono soltanto desiderare: possibilità.
Ha una posizione geografica strategica, un'economia relativamente diversificata, un settore tecnologico dinamico, un'importante industria turistica, agricoltura, servizi finanziari, infrastrutture in crescita e una classe imprenditoriale che, spesso, riesce a fare impresa nonostante l'impresa.

La Banca Mondiale non sta dunque consegnando al Kenya una pagella tutta da rifare. Anzi. Le sue analisi riconoscono progressi importanti, in particolare nelle infrastrutture di trasporto, con le superstrade, la modernizzazione dei porti e lo sviluppo del porto di Lamu. E le prospettive di crescita restano positive: l'istituzione aveva stimato per il 2026 una crescita dell'economia keniana attorno al 4,7%.

È proprio per questo che il nuovo Private Sector Diagnostic della Banca Mondiale suona più come una tirata d'orecchi che come una bocciatura.
Come direbbe un insegnante davanti a uno studente bravo: "Potresti fare molto meglio, se solo ti applicassi un po' di più e non facessi il furbetto".

Troppe tasse, troppe regole

Il problema principale individuato nel rapporto riguarda l'ambiente nel quale le imprese devono muoversi.
Le aziende keniane si trovano a fare i conti con numerosi prelievi a livello nazionale e delle contee, frequenti modifiche fiscali, procedure amministrative complesse e la percezione di un trattamento non sempre uniforme.

Non è necessariamente il livello delle aliquote, osserva la Banca Mondiale, a rappresentare il problema maggiore. È piuttosto la somma degli adempimenti, delle tasse, dei cambiamenti e dell'incertezza. In altre parole, non è soltanto quanto costa fare impresa. È anche quanta energia bisogna spendere per capire quanto costerà domani.
E in un'economia moderna l'incertezza è spesso una tassa aggiuntiva, anche quando non compare su nessuna ricevuta.

Poi arrivano le tangenti

Qui la pagella si fa decisamente meno elegante.
Secondo la World Bank Enterprise Survey 2025, circa un'azienda su tre tra quelle intervistate ha riferito di aver ricevuto richieste di pagamento di tangenti. Inoltre, il 25,3% delle imprese considera licenze e permessi un ostacolo importante all'attività. Sono dati che pesano non soltanto sulle imprese già presenti, ma anche sulla capacità del Kenya di convincere nuovi investitori.

Perché un investitore può accettare il rischio di un mercato africano, il rischio valutario, quello energetico e persino quello climatico. È molto più difficile convincerlo ad accettare un sistema nel quale non sa esattamente quale porta dovrà aprire, quale timbro servirà e quanto potrebbe costare accelerare la pratica.

Anche la corrente vuole la sua parte

C'è poi un altro capitolo molto keniano della storia: l'elettricità.
Le imprese pagano secondo il rapporto circa 33,74 scellini per kilowattora, mentre il 75% di quelle intervistate segnala frequenti interruzioni della fornitura. Anche l'acqua resta un problema: oltre il 37% delle aziende denuncia una disponibilità insufficiente, contro il 17,2% registrato nei Paesi a reddito medio-basso nel confronto citato dalla Banca Mondiale. È difficile chiedere a un imprenditore di correre quando, ogni tanto, gli si spegne la luce sotto i piedi.

Il paradosso del Kenya

Ed è qui che il giudizio della Banca Mondiale diventa particolarmente interessante.
Il Kenya non è privo di opportunità. È quasi il contrario.
Il World Bank Enterprise Survey è costruito proprio per misurare le esperienze concrete delle imprese private, dal finanziamento alla corruzione, dalle infrastrutture alla concorrenza, fino all'innovazione e alla tecnologia. E il quadro che emerge è quello di un settore privato che continua a muoversi, ma dentro un ambiente che potrebbe essere molto più favorevole.

La stessa Banca Mondiale insiste, nelle sue strategie per il settore privato, sulla necessità di regole più prevedibili, minori costi amministrativi, mercati più aperti e maggiore certezza per imprese e investitori. Non serve dunque inventare un altro Kenya. Forse basterebbe lasciare lavorare meglio quello che già esiste.

Un Paese con molto potenziale

Il Kenya rimane uno dei principali poli economici dell'Africa orientale e continua ad attirare attenzione in settori come tecnologia, infrastrutture, turismo, agribusiness, servizi e manifattura.
Anche la Banca Mondiale sta aumentando il proprio impegno nel mobilitare capitale privato verso i Paesi in via di sviluppo: nel 2026 il gruppo ha mobilitato globalmente 112 miliardi di dollari di capitale privato, mentre in Africa il volume è salito a circa 22 miliardi, quasi il 150% in più rispetto al 2022.  Per il Kenya, dunque, la questione non è soltanto trovare investitori.
È creare le condizioni perché quelli che arrivano possano investire, produrre, assumere e crescere senza essere costretti a trasformare ogni pratica amministrativa in una piccola epopea nazionale.

"Potrebbe fare meglio"

E allora torniamo all'insegnante.
Il Kenya è quell'alunno che arriva a scuola con un quaderno pieno di idee, sa usare il computer meglio di molti professori, parla inglese, swahili e magari qualche altra lingua, ha amici in mezzo mondo, vive in una posizione strategica e possiede risorse naturali e umane notevoli.
Poi però dimentica i compiti.
E qualche volta, invece di studiare, passa metà della mattina a cercare qualcuno che gli firmi il permesso per entrare in classe o a far bullismo e chiedere il pizzo ai secchioni che vogliono entrare per l’interrogazione.
La Banca Mondiale non sembra dirgli che è incapace.
Gli sta dicendo che potrebbe essere molto più bravo e sincero di quanto sia oggi.

Ridurre l'incertezza fiscale, semplificare le procedure, combattere le richieste di tangenti, migliorare affidabilità e costo dei servizi, facilitare l'accesso al credito e rendere più prevedibile il rapporto fra Stato e impresa significherebbe, in fondo, una cosa molto semplice: permettere al settore privato keniano di esprimere una parte maggiore del suo potenziale.
E forse, alla prossima pagella, invece di scrivere "è intelligente ma non si applica", l'insegnante potrebbe finalmente mettere:
"Ha cominciato a rigare dritto. Continuare così."

TAGS: tassecorruzioneeconomiaBanca

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