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Emergenza latte in Kenya, inizia il razionamento

La siccità e la poca erba arrivano sugli scaffali

25-09-2026 di Freddie del Curatolo

Il latte è uno degli alimenti più ordinari della vita quotidiana keniana, ma proprio per questo la sua assenza si fa sentire subito. Negli ultimi mesi la siccità ha colpito la produzione nelle aree agricole del Paese, facendo diminuire le consegne agli impianti di trasformazione. E quando il latte fresco comincia a scarseggiare, la crisi si trasferisce rapidamente dalla stalla al negozio: meno prodotto, più costi, prezzi più alti. 

Da una carenza inizialmente raccontata soprattutto dei numeri, che parlano di una contrazione che, pur non configurando un esaurimento nazionale del latte, sta mettendo sotto pressione l'intera filiera, ora si è passati direttamente sugli scaffali dei supermercati e soprattutto nei piccoli e medi negozi del Paese. Nelle grosse catene invece è già iniziato il razionamento, e certi prodotti "di nicchia" locali, come lo scremato e il latte senza lattosio, sono già introvabili.
Il Kenya Dairy Board ha parlato di una situazione di temporanea restrizione dell'offerta, legata soprattutto alle condizioni secche e fredde nelle principali aree di produzione.
Il problema è particolarmente evidente per il latte fresco pastorizzato, che ha una durata limitata e necessita quindi di rifornimenti quotidiani. Alcuni supermercati hanno cominciato a razionare le vendite, mentre nelle regioni dove l'offerta è più scarsa i prezzi hanno preso rapidamente la rincorsa.
Secondo le informazioni riportate dal Daily Nation, in alcune aree una confezione da mezzo litro è arrivata a costare fino a 100 scellini, mentre nel North Rift i prezzi rilevati erano già saliti a 53-60 scellini, contro i circa 50-52 precedenti.

Le mucche mangiano la siccità

Dietro la crisi del latte c'è dunque una crisi del cibo per le mucche.

La mancanza di piogge ha ridotto pascoli e disponibilità di foraggio, mentre il prezzo del mangime è aumentato. Nel North Rift, una balla di fieno che prima costava circa 100 scellini è arrivata a 250, mentre il prezzo di alcuni mangimi è passato da 1.800 a 2.400 scellini.

È un problema che colpisce soprattutto i piccoli allevatori, che costituiscono una parte importante del settore lattiero-caseario keniano e dispongono di minori risorse per acquistare mangime durante i periodi di siccità. La soluzione, dunque, non sarebbe soltanto aspettare le prossime piogge, ma conservare quando c'è abbondanza: fieno, insilato di mais, sorgo da foraggio e altre colture destinate all'alimentazione animale.

Un settore enorme ma vulnerabile

La contraddizione è evidente. Il Kenya è uno dei maggiori produttori di latte del continente e produce circa 5,5 miliardi di litri all'anno, secondo il ministro dell'Agricoltura Mutahi Kagwe. Ma una parte consistente di questa produzione dipende ancora da condizioni climatiche relativamente favorevoli.

I principali bacini lattieri comprendono Kiambu, Meru, Nyeri, Nakuru, Uasin Gishu e Nandi. Proprio in alcune di queste zone l'attuale stagione secca ha creato le maggiori difficoltà, con la produzione calata anche di un quinto, rispetto alle medie stagionali.

È la parte meno visibile dell'emergenza: quando arriva una confezione di latte sullo scaffale, dietro ci sono una mucca, un allevatore, una cooperativa, un camion refrigerato e uno stabilimento. Se uno degli anelli si indebolisce, l'intera catena comincia a scricchiolare.

Il governo guarda alle piogge

Il governo sta cercando di intervenire aumentando la disponibilità di mangimi e mappando le scorte presenti nel Paese per renderle accessibili agli allevatori. È stato inoltre deciso di ricorrere all'importazione di mais giallo per contribuire a compensare la carenza di alimentazione animale.
Ma la speranza più immediata resta legata al cielo.
Con l'arrivo previsto delle piogge di ottobre-dicembre, pascoli e riserve d'acqua potrebbero ricostituirsi e la produzione lattiera tornare gradualmente a crescere. Il Kenya Dairy Board ha indicato proprio l'inizio delle piogge come il principale elemento che potrebbe allentare la pressione sull'offerta. Il problema è che il clima non funziona più come un orologio svizzero. Anche un ritorno delle piogge non significa automaticamente ritorno alla normalità: precipitazioni molto intense possono provocare allagamenti, danneggiare coltivazioni e infrastrutture e rendere nuovamente difficile la gestione dei pascoli. E le previsioni, con il probabile arrivo del cosiddetto “super el nino”, non sono delle migliori.

TAGS: lattesiccitàscaffalidistribuzioneclimatico

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