FUORI DAL KENYA
15-10-2025 di Freddie del Curatolo
Se tutto il mondo è Paese, buona parte dell’Africa è un parco nazionale e chi lo gestisce, in un mondo che ha sempre più bisogno di vie di fuga e di relax (per chi se le può permettere) se ne approfitta.
In questi giorni in Kenya tiene banco la polemica del settore turistico sull’ennesimo aumento dei ticket d’ingresso nelle savane delimitate governative. Ma tra i vicini di casa c’è chi, con la scusa più o meno motivata della conservazione fa di peggio, chiedendo 800 dollari per vedere un gorilla.
Parliamo dell’Uganda, dove i gorilla non sono più solo animali: sono coinquilini di lusso, colleghi di lavoro, zii generosi che ti prestano i soldi quando la vita va storta. Hanno persino un nome, così la comunità si commuove quando uno di loro tossisce o zoppica. Un po’ come se il gorilla fosse il nipote malaticcio della zia di villaggio. Con la differenza che qui la zia porta turisti da 800 dollari a botta, il nipote no.
Il miracolo economico dell’Impenetrabile Bwindi – che già nel nome sembra un paradosso africano: “impenetrabile”, ma con biglietteria funzionante – ha trasformato la storia. Una volta il gorilla era il nemico da abbattere prima che lui abbattesse te. Oggi è il collega che ti paga la scuola dei figli. Una conversione lampo: dai Kalashnikov al registratore di cassa, dai lacci per antilopi ai falcetti per aprire la strada agli stranieri con le scarpe da trekking da mille dollari.
I bracconieri pentiti, con i loro curriculum da “bracconiere senior” ereditato di padre in figlio, si sono reinventati guardiani della legalità. Difendono i gorilla con lo stesso fervore con cui prima li vendevano come trofei. È successo soprattutto dopo il 2020, quando un gorilla di nome Rafiki – “amico”, per aggiungere l’ironia alla tragedia – è stato ucciso. A quel punto i cacciatori si sono scoperti ambientalisti. Come dire: ci voleva un funerale per capire che la vita conviene.
La matematica della conservazione è semplice: un gorilla morto non frutta un centesimo. Uno vivo genera mance, cariche da portatore, pacche sulle spalle, acqua corrente e centri sanitari. È il capitalismo applicato alle scimmie, la redistribuzione sociale col pelo nero.
E mentre i ranger filosofeggiano sulla fedeltà coniugale dei maschi “dorso argentato” – che comandano, si accoppiano, e se qualcuno ci prova di nascosto parte il pestaggio – i turisti applaudono. È il documentario dal vivo, con guida spirituale inclusa.
Il paradosso resta intatto: i gorilla oggi vivono perché valgono più da vivi che da morti. Una specie rara che per un secolo ha rischiato l’estinzione è risorta grazie al turismo, cioè la più feroce forma di invasione legalizzata. E così, tra falciate di machete nella giungla e mance generose, il gorilla diventa simbolo della nuova morale africana: non siamo buoni, siamo convenienti.
E a Natale, mentre la ranger Tugume lavora e i gorilla starnutiscono sotto il muschio, l’economia gira. E gira, soprattutto, attorno a un dorso argentato che forse, in fondo, è diventato più ministro delle finanze che maschio alfa.
Perché la verità è che i gorilla di Bwindi non sono stati salvati dall’amore dell’uomo, ma dal suo portafoglio. E allora viene il sospetto che, se valessimo anche noi 800 dollari a cranio, forse saremmo tutti specie protette.
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