KENYA NEWS
21-11-2025 di Freddie del Curatolo
Se tutto andrà come ha promesso mercoledì a Nairobi, tra qualche anno il Kenya dovrebbe smettere di essere “paese in via di sviluppo” e presentarsi al mondo come nazione sviluppata, tipo Corea del Sud con ugali e chapati.
Almeno questo è il sogno raccontato dal presidente William Ruto nel suo discorso sullo stato della nazione davanti a deputati e senatori riuniti in Parlamento.
Al centro del racconto, un maxi–piano da 5 trilioni di scellini – cinquemila miliardi – per cambiare il volto del Paese puntando su quattro pilastri: istruzione e competenze, acqua e irrigazione, energia e trasporti. L’obiettivo dichiarato è chiaro: “basta accontentarsi della mediocrità, copiamo le Tigri asiatiche”.
La novità, almeno sulla carta, è il modo in cui questi soldi dovrebbero saltar fuori. Niente più grandi prestiti esteri “pesanti” da ripagare a caro prezzo, promette Ruto, ma risorse interne: entrate fiscali, privatizzazioni, rendite delle risorse naturali. “Il Kenya non sarà sviluppato dagli aiuti né dal debito, ma da noi e dalle nostre tasse”, ha ribadito, garantendo che “nessun gettito andrà sprecato”. Una frase che gli italiani in Kenya, abituati a due sistemi fiscali che reclamano il loro pezzo di torta, ascolteranno con particolare attenzione.
Per dare un minimo di ordine a questo fiume di soldi annunciati, il governo vuole creare un Fondo nazionale per le infrastrutture e un Fondo sovrano. Nel primo confluiranno i proventi delle privatizzazioni delle aziende statali, che dovrebbero servire da calamita per nuovo capitale privato, anche da fondi pensione e partner internazionali. Il secondo terrà da parte una quota delle entrate da risorse naturali per le generazioni future, funzionerà da cuscinetto contro le crisi globali e investirà in progetti strategici.
Ruto ha anche rivendicato di aver “messo in sicurezza” l’economia: inflazione scesa dal 9,6 al 4,6 per cento, scellino stabilizzato, riserve in valuta aumentate, Pil cresciuto e Kenya salito al sesto posto tra le economie africane. Numeri che il presidente oppone a quelli che definisce “sommi sacerdoti del pessimismo” – opposizione politica e non solo – accusati di dipingere il Paese sull’orlo del baratro.
Sul fronte che tocca più da vicino la vita quotidiana – anche quella degli expat – la parola magica resta “cibo”. Ruto rivendica la scelta di sovvenzionare la produzione e non più il consumo: fertilizzanti a prezzo calmierato, registrazione digitale di oltre 7 milioni di agricoltori, raccolto di mais in aumento e prezzo della farina da 2 kg sceso da 250 a circa 130 scellini. In crescita anche guadagni da tè, caffè e altre colture, mentre per uscire dalla schiavitù delle piogge il governo promette una campagna di dighe: 50 grandi, 200 medie e una miriade di micro invasi per portare sotto irrigazione 2,5 milioni di acri, soprattutto nelle zone aride.
L’altro grande capitolo è l’energia. Il Kenya, dice Ruto, dovrà aggiungere 10.000 megawatt di capacità entro sette anni, puntando su geotermia, solare, eolico, idroelettrico e persino nucleare. Serve corrente per fabbriche, auto elettriche, data center e tutte le nuove creature digitali dell’intelligenza artificiale. Tradotto per i residenti stranieri: se il piano funziona, meno generatori diesel che rombano nei compound e magari bollette un po’ più prevedibili.
Poi ci sono le strade. Il governo parla di raddoppiare 2.500 chilometri di autostrade e asfaltare 28.000 chilometri di nuove vie in dieci anni.
A breve dovrebbe partire il raddoppio della Rironi–Naivasha–Nakuru–Mau Summit e della Rironi–Maai Mahiu–Naivasha, la spina dorsale del traffico verso l’Ovest. Sul fronte ferroviario, la Standard Gauge Railway verrà estesa da Naivasha a Kisumu e fino a Malaba a partire dal 2026, per rafforzare il ruolo del Kenya come hub logistico regionale.
Il capitolo “sociale” serve a ricordare che il governo non pensa solo ad asfalto e megawatt. Ruto difende il programma delle case popolari: 230.000 alloggi in costruzione nel Paese, di cui 178.000 per studenti universitari e dei college tecnici. Accanto, mercati coperti, la riqualificazione del fiume Nairobi con promesse di lavoro per migliaia di giovani e nuovi insediamenti abitativi lungo il corso d’acqua ripulito.
In sanità, la nuova Social Health Authority avrebbe già iscritto 27 milioni di kenioti, triplicando la vecchia copertura NHIF, con oltre 10.000 strutture registrate. Più di 100.000 operatori di comunità avrebbero raggiunto quasi 9 milioni di famiglie, facendo screening per diabete e ipertensione. Il governo dice anche di pagare i premi assicurativi per 2,3 milioni di cittadini vulnerabili e promette di aumentare il tetto di copertura per il cancro da 550.000 a 800.000 scellini dal dicembre 2025.
Sulle scuole, il presidente elenca 76.000 insegnanti assunti, altri 24.000 in arrivo entro il 2026, 23.000 nuove aule e un forte aumento delle iscrizioni ai corsi tecnici e professionali. L’idea è quella di sfornare manodopera qualificata per la famosa “nuova economia” che dovrebbe attrarre investimenti e creare lavoro.
A proposito di lavoro, Ruto rivendica gli 80 miliardi di scellini distribuiti con l’Hustler Fund a piccoli imprenditori, il recupero del credito per milioni di kenioti e il programma NYOTA per 820.000 giovani disoccupati, tra formazione, tirocini e micro-risparmi. Sul lato digitale, il Kenya avrebbe steso 24.000 km di fibra ottica, creato hotspot Wi-Fi e hub digitali, portato i servizi eCitizen da meno di 400 a oltre 22.000 e “messo online” quasi due milioni di ragazzi, di cui 300.000 già impegnati in lavori digitali.
Per non dare l’idea di un progetto personale, Ruto racconta di aver discusso la sua visione delle infrastrutture anche con l’ex presidente Uhuru Kenyatta e con Raila Odinga, ricordato come colui che gli avrebbe ribadito il mantra: niente sviluppo senza infrastrutture solide, energia e sicurezza alimentare.
Alla fine, il messaggio al Paese – e ai tanti stranieri che qui vivono, investono, aprono hotel, ristoranti o semplicemente si godono il clima – è un invito a “scegliere l’ambizione invece della paura”. Il Kenya, parola di Ruto, può seguire le orme di chi ce l’ha già fatta.
Come sempre, la cronaca dei prossimi anni dirà se quella ascoltata in Parlamento era la prima pagina di una nuova storia o l’ennesima bozza di romanzo rimasta nel cassetto. Nel frattempo, vigiliamo sulle tasse, guardiamo i cantieri e teniamo d’occhio la qualità delle strade verso Malindi. Non si sa mai.
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