KENYA NEWS
19-05-2026 di Freddie del Curatolo
Tre morti per il governo, sette per chi ha contato i corpi e le barelle tra Nairobi e la sua periferia e le regioni orientali. In Kenya anche i numeri delle proteste sono sempre una questione politica, quasi quanto il prezzo della benzina. E così il lunedì che avrebbe dovuto segnare soltanto l’inizio di una nuova settimana di lavoro si è trasformato nell’ennesima giornata di rabbia nazionale: strade bloccate, pneumatici incendiati, negozi sprangati, autobus fermati, sassate, lacrimogeni e sirene a riempire l’aria già pesante di un Paese che da mesi vive con la sensazione di dover pagare tutto più caro, tranne la speranza.
Secondo il ministro degli Interni, Kipchumba Murkomen, i morti sono quattro, i feriti trenta e gli arrestati 348. Numeri ufficiali scanditi durante una conferenza stampa in cui il governo ha ribadito il rispetto del diritto costituzionale a manifestare, purché senza “violenze, saccheggi e distruzione di proprietà”. Ma mentre i comunicati cercavano di riportare ordine nella narrazione, dalle città arrivavano immagini che raccontavano altro: autobus dati alle fiamme, barricate improvvisate, commercianti terrorizzati dall’idea di una nuova stagione di disordini e giovani che urlavano la loro frustrazione davanti a stazioni di servizio diventate il simbolo quotidiano dell’impotenza economica.
La scintilla è stata l’ennesima impennata del carburante. Diesel e benzina sono aumentati ancora e, in un Paese dove il trasporto pubblico è la spina dorsale della vita quotidiana e dei commerci, il prezzo del carburante diventa automaticamente il prezzo di tutto il resto: del pane, delle verdure, del tragitto per andare al lavoro, perfino della scuola dei figli. Basta un rialzo alla pompa per trasformare l’inflazione in una presenza fisica, quasi offensiva.
E infatti già da ieri l’ente regolatore dell’energia aveva annunciato nuovi aumenti delle bollette di elettricità e acqua. Come sempre, la spiegazione ufficiale arriva da lontano: la crisi mediorientale, le tensioni internazionali, il petrolio, il dollaro. Tutto vero, probabilmente. Ma nelle strade di Nairobi, Eldoret o Mombasa, la geopolitica ha il volto molto più concreto di un conducente di matatu che non riesce più a riempire il serbatoio senza aumentare le tariffe, o di una famiglia che deve scegliere se pagare la corrente o riempire il frigorifero.
In Kenya c’è anche una memoria ormai quasi automatica delle proteste economiche. Ogni anno, quando si avvicina il periodo della finanziaria, il Paese entra in una specie di stagione delle piogge politiche: aumenti, nuove tasse, tagli, malcontento, cortei, repressione. È successo con il governo di William Ruto, ma era successo anche prima. Cambiano i presidenti, restano i lacrimogeni.
La sensazione, osservando questa nuova esplosione di rabbia, è che il Kenya stia tornando dentro quella spirale di tensione permanente che accompagna sempre i momenti economicamente più difficili. Perché quando il carburante aumenta, in Africa orientale non sale soltanto il costo della vita: sale la temperatura sociale. E allora basta poco perché una protesta contro il diesel diventi una protesta contro tutto il resto. Contro stipendi che non bastano, contro promesse elettorali evaporate, contro la sensazione che ogni crisi mondiale finisca puntualmente per essere pagata da chi già fatica ad arrivare a domani. Nel frattempo il governo promette ordine e invita al dialogo. Ma nelle strade del Kenya il dialogo, da tempo, ha il rumore secco delle pietre contro gli scudi antisommossa.
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