L'angolo di Freddie

L'ANGOLO DI FREDDIE

La filosofia dei gamberi secchi in Kenya

Considerazioni sulla sopravvivenza

06-01-2026 di Freddie del Curatolo

Ci sono immagini che odorano più di mille parole.
Gamberi di fiume essiccati al sole, venduti al mercato in un barattolo semi arrugginito. Senza nessun controllo sanitario, senza Asl, senza nuclei antisofisticazione.
Un barattolo di latta, già vissuto, forse nato per contenere pomodori in un altro continente e in un’altra vita, poi dirottato nel nome dello sviluppo di non si sa cosa, ora è ricolmo di sopravvivenza.
Gamberi secchi, sorvegliati da venditori assonnati e mosche impavidi.
Confezionati in fogli di carta di giornale da mani più pulite nei sentimenti che igienicamente.

Li mangiano i bambini e non muoiono.
Li mangiano gli anziani e sorridono.
Li mangiano perfino le donne incinte, guscio compreso, che “fa bene, rinforza”, dicono.
Attorno, altri gamberi, a mucchi, come sabbia proteica di un mare che non c’è.
Nessuna etichetta rassicurante, nessuna data di scadenza, nessun timbro blu ministeriale. Solo il sole, l’aria, le mani che li hanno raccolti e quelli che li venderanno per pochi scellini, sorridendo.

Ed è lì che l’europeo medio, cresciuto a fermenti lattici e bugiardini illustrativi, sente un leggero cedimento alle ginocchia. Perché no, con tutto l’amore possibile per questo Paese e per le sue tradizioni, fino ad oggi non ce l’ho mai fatta. Non per snobismo, ma per sopravvivenza.
Bisogna avere anticorpi allenati come quelli di un acrobata sulla spiaggia di Watamu, o di un danzatore sciamano mijikenda che ha fatto pace con la terra, i suoi batteri e i suoi spiriti.

Qui sta il punto che nessun manuale occidentale ama ammettere: il mondo batterico è molto, molto più dissimile da uomo a uomo di quello cromosomico.
Altro che DNA.
Altro che test genetici.
C’è chi nasce e cresce in un ecosistema dove il corpo impara presto a negoziare con l’invisibile: un patto silenzioso tra intestino e ambiente, tra immunità e necessità. E poi c’è chi arriva da fuori, convinto che basti bollire tutto, disinfettare tutto, sterilizzare tutto per sentirsi al sicuro. Salvo poi scoprire che la sicurezza è una questione di abitudine, non di superiorità.

Quei gamberi non sono solo cibo. Sono memoria.
Sono economia minima.
Sono un sistema sanitario parallelo che dice: “mangia, che domani non si sa”. In un Paese dove spesso la medicina moderna è lontana, cara, intermittente, anche il mercato diventa farmacia. Non perché lo voglia, ma perché deve.

E allora si capisce meglio anche il paradosso più grande: lo stesso corpo che resiste a gamberi seccati al sole in un barattolo arrugginito, può affidarsi senza battere ciglio a un guaritore, a un profeta, a un intruglio d’erbe.
Non per ignoranza, ma per coerenza. È la stessa logica: fidarsi di ciò che ha sempre funzionato, o almeno non ha mai ucciso nessuno sotto gli occhi della comunità.
Il problema nasce quando questa logica incontra la modernità travestita da miracolo.
Quando qualcuno prende la fede, la mescola con un camice e la vende come guarigione universale. Lì non siamo più nel mercato, ma nella menzogna organizzata. Perché una cosa è mangiare un gambero e stare bene, un’altra è smettere una terapia salvavita perché qualcuno ha detto “sei guarito”.

Eppure, guardando questa foto, viene da pensare che la linea di confine non sia così netta come piace ai ministeri. Qui non c’è incoscienza. C’è adattamento.
C’è una biologia che ha imparato a convivere con il rischio perché non ha alternative. C’è un corpo che non chiede certificazioni, ma risultati.
Io continuo a guardare quel barattolo con rispetto e una certa distanza. So che non è per me, almeno non ancora. So che il mio intestino, educato male e protetto troppo, non reggerebbe la prova. Ma so anche che quei gamberi raccontano più verità di molte conferenze sulla sicurezza alimentare.
Raccontano che la salute non è uguale ovunque.
Che l’immunità è una storia personale.
E che, a volte, la vera differenza tra chi mangia e chi si ammala non è ciò che finisce nel piatto, ma tutto quello che c’è stato prima.

(foto di Leni Frau)

TAGS: gamberisopravvivenzafilosofiafreddie

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