APPUNTI DI SVISTA
22-03-2025 di Michele Senici
Passeggiavo, anzi arrancavo per Mombasa: il caldo e il rumore erano soffocanti.
I kanga piegati alla perfezione, uno sopra l’altro, nel negozio di tessuti aperto nel 1887 erano tanto invitanti quanto i ventilatori appesi al soffitto che correvano a folle velocità.
I kanga sono quei tessuti stampati con motivi simmetrici in colori vividissimi e una scritta in Swahili che, molto spesso, anche i keniani di Nairobi faticano a tradurre.
Mi appoggiai al bancone e, con la speranza di guadagnare tempo sotto la brezza delle pale, chiesi alla commessa di mostrarmi questa o quella stampa. Svogliata come il ruolo le impone, iniziò a impilarmeli davanti e io ad aprirli con lentezza.
Se per una maestra delle elementari la domanda più noiosa da ascoltare è “posso andare in bagno” per una commessa di kanga è “mi può tradurre la frase sul tessuto” e perciò, di solito, mi evito l’imbarazzo della richiesta. Quel giorno tuttavia desideravo guadagnare tempo e decisi dunque di indisporla. “Kidole kimoja hakivunji chawa? ” - chiesi. Mi guardò con sufficienza e dunque bisbigliò: "un solo dito non schiaccia un pidocchio”.
Interessante, pensai, e aggiunsi indicando una stampa di fiori viola e arancio: " asiyefunzwa na mamae hufunzwa na ulimwengu ?" - questa è impossibile, mi dissi.
E lei, con annoiata prontezza: “chi non è educato da sua madre è educato dal mondo”.
Iniziai giusto a riflettere su quanto questi due kanga parlassero alla mia anima pedagogica che una voce d’uomo suonò alle mie spalle: "wewe ulikuja na Kina Jane mwaka jana?"
Questa la so e ha pure ragione! Il padrone del negozio si ricorda di me e mi chiede se sono venuto qui l’anno scorso con il gruppo di Jane. Rispondo di sì, pago in tutta fretta i due kanga, e corro fuori dal negozio, verso il mare. Non ho tempo da perdere: quei due proverbi stampati sul kanga e quel Kina Jane pronunciato alle mie spalle hanno inesorabilmente inspirato la stesura del mio “De Orphanotrophiis Keniæ”.
Ed eccoci qui, dunque, a cercar di far dialogare mamme, pidocchi, diritti dei bambini, mondi e prospettive. Kina Jane, kina Hamisi, kina Riziki… kina è il prefisso più bello della lingua swahili.
Esprime le persone che vivono vicino al cuore di Jane, Hamisi o Riziki. A casa abbiamo tre cani e per parlare di loro diciamo kina Roma , perché Roma è il padre degli altri due e dunque tutti diventano la Gente di Roma, includendo talvolta anche i gatti. Naenda kwa kina Asha : vado da Asha e dai suoi.
In Italiano una struttura di questa tipo non esiste perché questo è uno di quei casi in cui la lingua parla della società e della cultura che l’ha plasmata.
Questo prefisso parla d’un determinato modo di vedere il mondo sociale di questi luoghi: le persone sono anzitutto comunità e le comunità si identificano nelle persone che le compongono e dunque ognuno diventa corresponsabile per e con gli altri.
Ed è così che quando Mama Amina muore, il resto della comunità si fa carico dei suoi orfani. I nonni, gli zii, i vicini diventano responsabili di quelle creature perché loro già erano kina Amina ed ora, anche se Amina non c’è più, quella vicinanza di cuore permane, mica muore. Scritta così potrebbe suonare come la descrizione di un quadretto famigliare ineccepibile ma, come ogni fatto umano, nulla è perfetto.
Farsi carico di un ulteriore bambino significa un aumento del già rosicato budget domestico, un’altra bocca da sfamare, un altro culo da pulire, altre rette scolastiche da pagare. E dunque dove si posiziona la realtà? Nell’essere kina Amina o nel maledire quell’ulteriore bimbo da curare ed educare? Sospetto che la verità stia nel mezzo ma che a molti connazionali, soprattutto negli anni a cavallo del nuovo millennio, sia piaciuta di più la seconda posizione. Negli anni in cui in Italia gli orfanatrofi erano ormai chiusi e i pochi rimasti aperti si apprestavano a essere dismessi, in Kenya fiorivano istituti di ogni genere e misura.
Stranieri di buon cuore che, senza sapere il significato di kina Amina , tiravano su dormitori, mense militari e altalene che già dopo pochi mesi erano coperte dalla ruggine. Poi è arrivata anche qui quella sensibilità de-istituzionalizzante tutta europea e quindi gli orfanatrofi sono diventati Case Famiglia.
È cambiata l’etichetta ma non la sostanza. E colpisce che una legge esista: il Children Act del 2022 smantella di fatto gli istituti a favore di soluzioni di affidamento domestico e domiciliare e invita a chiudere tutte le strutture nell’arco di 10 anni. Alcuni Case per situazioni di emergenza, in attesa di soluzioni e collocamenti, per supplire al bisogno immediato di emergenza sono senza dubbio necessarie. Ma guardiamo al grande quadro e accettiamo che molto è stato fatto male e che, nonostante la legge, il danno è stato fatto e in certi casi continua a essere perpetuato.
Chi è la gente di quel bambino di pochi anni, Abdallah, che vive nella Children’s Home di quell’italiano appena fuori Kilifi?
Dov’è la Casa di Gowa ora Lucia, bambina dagli occhi dolcissimi che ormai ha quattordici anni di cui dodici spesi a casa di quell’Italiana nell’entroterra di Malindi?
Dove stanno quelli di Mwanakombo e Juma, gemelli troppo dolci per essere veri, cresciuti da quella coppia di benefattori nella villa sopra Ukunda? Dove trovo kina Abdallah, kina Gowa, kina Mwanakombo? Dove li rincontreranno loro?
Questo è il vero problema.
Ho visitato una Casa Famiglia per lavoro qualche settimana fa e il paradosso di questa beneficenza miope mi ha schiaffeggiato.
“Questi sono tutti bambini senza papà e senza mamma” spiega la coordinatrice del progetto, e poco dopo aggiunge: “i bambini rientrano a casa durante le vacanze scolastiche”. Il silenzio è calato nella stanza e una donna che era con me chiede spiegazioni. L’assistente sociale: “certo, loro hanno tutti case a cui tornare: nonne, zie, vicini a cui appartengono”. Nella stanza il silenzio ora si legge negli occhi di tutti i presenti e si taglia con il respiro.
Nessuno di noi è un’economista ma a tutti risulta chiara la scelleratezza di questo investimento. A che bisogno risponde, dunque, questo orfanatrofio, ops - Casa Famiglia - illustre e dispendioso? Domanda troppo dura a cui rispondere, apre porte da cui fuoriescono talvolta demoni e altre volte miopie mai diagnosticate.
Forse dei pacchetti di sostegno economico e sociale a quei gruppi, a quei kina Suleiman, Zawadi, Mwanamisi che hanno deciso di fare loro quei bambini avrebbero permesso di non tagliare legami e di fortificare comunità. Forse con il costo del mantenimento di un bambino in istituto se ne sarebbero potuti supportare tre in contesto domiciliare.
Ma è innegabile che nulla supera la potenza di una foto scolorita di bambini malconci che vivono in orfanatrofio, a maggior ragione se si tratta di raccogliere fondi. Sento freddo ora, dal mare soffia una brezza fresca e quindi mi avvolgo nei miei kanga.
“Un solo dito non schiaccia un pidocchio” mi abbraccia e mi spiega che ognuno può fare la sua parte poggiando delicatamente un dito vicino a quelli degli altri, senza strappare ma spingendo insieme.
“Chi non è educato da sua madre è educato dal mondo” mi stringe e mi insegna che la società in cui ho scelto di vivere è fatta di Comunità in cui io dovrò sempre considerarmi ospite. Che è mia responsabilità accettare le diversità e rispettarle, che spetta a me chiedere permesso e che se mi sale la voglia di aiutare è opportuno che lo si faccia con delicatezza.
Una donna svizzera impegnata in questo Paese in una delle sue poesie ha scritto “L’Africa va ascoltata”.
Poi purtroppo in un incidente ci ha lasciati ma la sua opera delicata, premurosa, attenta, rispettosa ancora vive e ancora educa. Dovremmo smetterla di tagliare e ricucire alla nostra maniera per dedicarci invece alla cura tenace del nostro diventare prontamente irrilevanti.
••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.
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