Opinioni

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Nairobi, la città da amare e da tradire

Dichiarazione alla "adorata e dilaniata" capitale del Kenya

15-06-2026 di Michele Senici

Questa è la mia personale dichiarazione d’amore per la mia adorata e dilaniata Nairobi.
Noi ci amiamo, lo so bene, seppur lei sia così avara di tenerezze.
Mi accoglie ciclicamente nel suo ventre e, quando ne ho bisogno, mi stringe tra le sue braccia sensuali, che sono le strade ombreggiate dai suoi alberi maestosi. Talvolta, mi lascia persino riposare sul suo seno prosperoso di dolci colline e umide valli.
La tradisco? Certamente, come non potrei.
Nairobi è l’amante a cui non potrei rinunciare quando le cose in casa, con la mia compagna ufficiale della Costa, cittadina affidabile ma monotona, bellissima seppur prevedibile, vanno male. Tocca quindi partire per un viaggio di lavoro, per qualche incontro istituzionale, quasi mai per una riunione dell’ultimo minuto, anche se sono certo che siffatte richieste inizieranno ad arrivare molto presto.
Nairobi è la gioia e la condanna di chi ha deciso di mettere su famiglia.
Di sposarsi con la donna umile, amorevole, presente e premurosa.
E così decollo, con la brama di incontrare presto la mia amante.

Perché gli amanti, a differenza dei turisti e di chi paga per una notte, non si innamorano delle cartoline, mai dei dettagli.
Anzi, sono proprio i dettagli a tradirli perché in essi si conoscono e riconoscono per sempre. Non nei monumenti. Non nelle fotografie, non nei centri commerciali. Ma nelle abitudini. Io conosco Nairobi dal modo in cui profuma prima di un temporale. Dalla luce che filtra tra gli alberi di State House Road. Dal sapore chimico e irresistibile degli smokies , delle uova sode e del kachumbari serviti a Ngara. Dai marciapiedi dissestati di Westlands che sembrano voler ricordare che questa città non sarà mai completamente domata. Eravamo sdraiati insieme, una notte, consumati al punto da diventare sinceri. La guardai e riconobbi quella solita malinconia simile a pioggia leggera e nuvole basse velare i suoi occhi. Quella notte presi coraggio e le chiesi se ci fosse mai stato un uomo che l’avesse resa felice. Rise. “Prevedibile”, pensai.
Poi mi stupì. «Tu pensi che io mi preoccupi degli uomini,» disse, senza smettere di guardarmi, «ma la mia vera preoccupazione sono io.
È che a tutti piace farmi a pezzi, e quasi nessuno è disposto ad accettarmi intera.» Sentii uno schiaffo schiantarsi sulla mia guancia. «Ancora non sto parlando di te.» Continuò, «A quasi tutti vado bene quando mi tengo insieme, moderna come Lavington, presentabile.» Tossicchiò. «Molti mi preferiscono stracciata, come se fossi soltanto Mathare.» Si tirò su, per poggiare la schiena alla testiera del letto sfatto. «Altri mi vogliono soltanto se sono lucida e ordinata come Kileleshwa.» Sbuffò e rise.
«E i peggiori sono quelli che mi usano per salvare sé stessi, quando sono ripiegata su di me, come se fossi Kibera.» Restò in silenzio, e io con lei. E per la prima volta capii che non era difficile amarla.

Era impossibile per me farlo a metà. Io la amavo tutta. La veneravo nelle sue mattine rotte e nei suoi pomeriggi lucidi, nei grattacieli in cui lei ama rispecchiarsi e nelle baracche in cui si siede a banchettare con i ratti. La gustavo nel kibanda a Donholm e nel ristorante di Westie dove nessuno sembra mai avere fretta. La adoravo quando si teneva insieme nell’ufficio di Upper Hill e quando si scomponeva in quel club su Thika Road. La facevo mia come si fa con qualcosa di friabile ed evanescente: con il corpo, stringendola tra le dita, con le lacrime. E per questo dovetti capire una cosa semplice: restare troppo a lungo dentro di lei significava cominciare a somigliarle. E io non potevo permettermi di impazzire. Né ieri, né oggi, né probabilmente vorrò farlo mai. Mi alzai lentamente, il nostro letto sudato dietro di me: “Tornerò sempre.” sussurrai. Lei non disse nulla. Fu questo il suo modo di salutarmi e di farmi desiderare il ritorno.

•• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: NairobiThe visible citycapitaleSenici

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