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Tra ricerche di autenticità e vita vera in Kenya

Cosa cerchiamo e cosa potremmo trovare

25-10-2025 di Michele Senici

L’aereo, come un fenicottero astuto, poggia le zampe sulla pista bagnata dell’aeroporto di Nairobi. La pioggia ha smesso da poco di cadere, il sole ancora non è sorto e l’aria è fredda e pungente. Sofia e Lorenzo sbarcano dal Dreamliner pronti a mangiarsi il mondo.
Si stringono la mano, assonnati, mentre camminano sulla pista.
Sono giovani, affascinanti, in ottima salute.
Al matrimonio non hanno ancora pensato, ma per adesso, a entrambi la vita insieme sembra meravigliosa.
Sono arrivati da lontano, in valigia hanno felpe pesanti e costume, nel cuore un desiderio irrefrenabile di Autenticità.
Ad attenderli, fuori dall’aeroporto, un Land Cruiser col serbatoio pieno e col suo autista, Juma. L’itinerario è già stato stabilito, perché pare che l’autenticità non possa essere trovata nell’improvvisazione.
Il fuoristrada si lascia Embakasi alle spalle e già sfreccia verso Ovest, pronto a correre veloce per tagliare alla vista la baraccopoli di Kibera, che la cosiddetta autostrada spezza in due.
È un sussulto, un attimo.
Migliaia di catapecchie accatastate una sull’altra con lampadine a luce fredda che illuminano le loro porte fatte di pezzi di lamiera.

Qualche bambino trascina bidoncini gialli mentre del fumo torbido e melenso sale da fuochi che ardono dentro pneumatici logori.
I due ragazzi, avvolti nelle loro felpone per combattere quel freddo che manco s’aspettavano, sussultano. Che era quella cosa?
Un matatu, uno di quei bus infernali tutti colorati di graffiti, con la musica sparata a un volume assordante, sorpassa la loro vettura, quasi volando.
I due di nuovo sussultano e ora sorridono. Va tutto bene, sono in Africa.
La strada corre imperterrita sotto alle ruote del Land Cruiser e la città lascia spazio alle distese, prima verdeggianti e poi aride come il deserto, che costeggiano quella lingua di asfalto che da Nairobi si srotola fino a Narok.
Il cancello del Mara si staglia, ora, alto e possente di fronte a loro.
Quella è la porta per l’autenticità più autentica: oltre a quella soglia tutto diventa ancestrale, ribelle, sanguigno. Fuori l’uomo, dentro le bestie.
Sofia e Lorenzo lo sanno bene, è per questo che sono lì e, a dirla tutta, non vedono l’ora.
Leoni, giraffe, zebre, zebre mangiate dai leoni, giraffe cacciate dai ghepardi.
Acacie altissime e pozze d’acqua che diventano argento al tramonto.
Gazzelle, dik-dik, babbuini, savana a perdita d’occhio, baci mischiati a terra rossa, fotografie e caffè bevuti su sedie da campeggio appoggiate ad una collina.

Juma li accompagna premuroso, attento e gentile tra tutta quella vita e quella morte, spiega loro ogni dettaglio: la sua gentilezza è la cornice perfetta per quel pezzo di terra crudo e stupefacente che è il Mara, oggi, per i due ragazzi.
Li ha accompagnati pure in quella scuola malconcia dove Lorenzo si è caricato due bambini sulle spalle e Sofia ha scattato decine di foto mentre distribuiva pacchetti di biscotti.
Quella, pensano, è una delle esperienze più vere e strazianti che hanno mai vissuto.
E fu sera, e fu mattina. E di nuovo fu sera, e di nuovo fu mattina.
Il safari è terminato, la strada per Nairobi è ancora lunga, ma il cuore di quei due giovani ancora trabocca di meraviglia: di certo non immaginano che l’autenticità più profonda e radicale si apprestava a fare loro visita.
Arrivati a Nairobi in grande anticipo per il volo verso la costa, Juma li invita ad accompagnarlo per alcune commissioni.
I due, valutate le opzioni, decidono che una piccola pausa dall’Autenticità tra la savana e il mare se la possono permettere.
E dunque Juma parcheggia nel sotterraneo di un grande Mall.
Deve fare una piccola spesa prima di tornare a casa.
Il Carrefour è immenso e pieno di gente di ogni tipo. Donne kenyane in tailleur, bianchi attempati con la pancia da Tusker, bambini ancora in uniforme scolastica con le loro tate, impiegati e uomini d’affari che si prendono una redbull, prima di tornare in ufficio. Gli scaffali sono colmi di prodotti, locali e pure italiani. Alcuni prezzi sono ridicoli per quanto sono bassi, altri fanno spavento.

Tornano sul fuoristrada e in un attimo sono parcheggiati ai lati di una strada asfaltata, dietro gli edifici di mattoni a uno o due piani che cingono la via, si vedono baracche a perdita d’occhio.
I due si stringono alla fiancata della macchina, Juma è passato dal meccanico per pagare un lavoro arretrato. Lorenzo e Sofia ascoltano, non poco spaventati, quella vita che scorre loro attorno.
Una donna ben vestita parla al telefono e chiede al suo inquilino che l’affitto sia pagato in tempo questo mese. Due ragazzi chiacchierano di un concerto a cui andranno sabato.
Un uomo si lamenta con la ragazza che cucina chapati per strada del prezzo cresciuto, di nuovo, di cinque scellini.
Senza quasi accorgersene sono di nuovo sul Land Cruiser, che ora parcheggia dentro al cortile di una palazzina a ferro di cavallo alta quattro piani.
Sono a casa di Juma, che lascia la spesa e saluta la moglie prima di accompagnarli all’aeroporto. Una coppia litiga in un appartamento al terzo piano mentre una mamma sgrida il figlio che di nuovo non ha fatto i compiti, beccandosi una nota.
Una signora stende la biancheria al secondo piano e una coppia giovane si bacia sulla porta prima che lui salga sulla sua motocicletta.
Qualcuno parla al telefono con dei clienti che arriveranno in Kenya per un safari, un uomo russa dentro a un monolocale al piano terra, con la porta socchiusa.
Quando il fenicottero metallico si solleva in volo verso la costa, Sofia guarda giù.
Non pensa più soltanto ai leoni ma anche a quella donna al telefono, ai compiti del bambino, al bucato che sventola tra i palazzi.
Pensa come la loro vita - eccezione fatta per la savana - non sia poi dissimile da quel bacio sulla porta, dalla spesa al super fatta di fretta, dagli affitti da pagare in tempo.
Apre le note sul telefono e cancella quella intitolata “il Kenya più autentico”, dove ogni giorno ha appuntato idee per il post Instagram da scrivere al rientro.
Lorenzo la guarda e le dà ragione.
“Allora niente post?”, chiede Lorenzo.
“No,” risponde lei. “Questa volta niente didascalie.”
Il volo prende quota. Dall’alto tutto sembra ordinato, persino semplice. Forse l’autenticità non esiste davvero, pensa Sofia, esiste solo la vita — e quella per oggi basta.


••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

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