Storie

STORIE KENIANE

Il ghepardo keniano che imparò ad essere figlio

Per 2 anni in casa con una famiglia di Wajir

27-10-2025 di Freddie del Curatolo

Nel nordest polveroso del Kenya, dove il vento si porta via i segreti e li deposita nei cespugli di acacia, una famiglia di Wajir ha fatto una di quelle cose che la vita, ogni tanto, si inventa solo per far sorridere il cielo: ha adottato un ghepardo.

Un cucciolo, trovato accanto alla madre morta, con ancora negli occhi il riflesso dell’erba alta e della paura. Bisharo Abdirahman Omar e suo marito Rashid Abdi Hussein lo hanno preso in casa, in mezzo ai loro dieci figli, come si fa con un neonato capitato per caso nel cortile. Solo che questo neonato aveva artigli, denti e un appetito da predatore.

“All’inizio era fastidioso,” ha raccontato Bisharo. E come darle torto: provate voi a dare il latte con una siringa a un animale nato per correre a cento all’ora. Poi però, col tempo, il ghepardo è diventato docile, quasi domestico, quasi umano. E in un Paese dove i sogni spesso fuggono più veloci delle prede, quel felino è diventato un simbolo di resistenza: un figlio in più, ma anche una bestia di speranza.

Il problema è che la speranza, da quelle parti, ha sempre troppa fame. “Dal giorno in cui l’ho salvato, ho macellato quindici pecore per nutrirlo,” ha detto Rashid. E lo ha detto come si dice una cosa ovvia, come se fosse normale barattare carne per affetto. Ma l’amore, si sa, è una forma di follia che non teme i bilanci.

Intorno, i vicini scuotevano la testa: allevare un ghepardo, per chi vive di bestiame, è come tenere un ladro in casa. La famiglia non si è piegata alle paure, né alle offerte. C’erano persino persone pronte a pagare ventimila scellini per portarsi via quel piccolo miracolo a macchie. “Ci hanno proposto soldi e capre,” ha raccontato Bisharo, “ma lui ormai era parte della famiglia.”

Alla fine è arrivato il Kenya Wildlife Service, a lodare l’impresa ma anche a ricordare che la legge non è un sentimento: tenere un animale selvatico in casa resta proibito, anche se gli canti la ninna nanna. Il ghepardo è stato portato al Nairobi Safari Walk, dove adesso cresce sotto occhi esperti, probabilmente chiedendosi che fine abbiano fatto i suoi fratelli umani.

Intanto, là a Wajir, restano le ossa delle pecore, qualche giocattolo graffiato e un silenzio che di notte somiglia a un miagolio lontano.

E viene da pensare che, se il mondo andasse davvero come dovrebbe, forse non ci sarebbe bisogno di leggi per impedire all’uomo di amare troppo. Basterebbe un po’ di buonsenso felino.

(foto di Paolo Torchio)

TAGS: ghepardosafariWajir

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